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    March 30

    Italia e Tibet: un legame che comincia tanti anni fa, sulle note di "Giovinezza"...

     
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    I fatti di questi giorni stanno lanciando da una parte all’altra dello scacchiere politico lo slogan «siamo tutti tibetani». Eppure, quello che il Dalai Lama chiama «genocidio culturale» viene da lontano e la sensibilizzazione dell’Occidente verso i diritti del popolo asiatico ha, almeno in Italia, tutta una sua storia. È vero: i Radicali di Pannella seguono da anni la lotta tibetana per i diritti umani. Nonostante ciò, ancora l’altro giorno, parlando nella sua conversazione quotidiano a Radio radicale, Marco Pannella commetteva comunque un lapsus pronunciando la parola “talebani” invece di “tibetani”. Cose che capitano, certo. Ma qualcosa di non troppo coincidente deve comunque esserci tra un popolo organizzato teocraticamente e la visione politica dei radicali. Come dimenticarsi, allora, di altri filoni di solidarietà col popolo tibetano? Come dimenticarsi, ad esempio, che la fascinazione per il paese dei monaci buddhisti ha, nella nostra cultura nazionale, la fima di Giuseppe Tucci, il più grande esploratore italiano del Novecento? Suoi quei libri – A Lhasa e oltre o Santi e briganti del Tibet ignoto – che ci hanno fatto conoscere la terra del Dalai Lama. «Prodigioso viaggiatore e infaticabile esploratore», lo definì un altro grande del secolo scorso, lo storico delle religioni Mircea Eliade. È intorno al 1928 la sua prima puntata esplorativa in Tibet, anticipazione delle vere e proprie missioni scientifiche seguenti. C’erano già stati i britannici che avevano messo su una loro legazione a Chedù, nel Tibet meridionale. E ci sarà anche Sette anni in Tibet, il libro scritto da Heinrich Harrer, l’austriaco campione di sci e alpinista, che nel ’39 realizza il suo sogno di andare nell’Himalaya; e che, essendo poi scoppiata la guerra, sarà costretto a soggiornare lì, appunto. Per sette anni. Ma a diventare leggendario in tutta l’Asia sarà l’italiano Tucci, è lui che ha fatto conoscere meglio al mondo, con le sue edizioni critiche e le traduzioni originali il complesso mondo tibetano. Lo studioso marchigiano amava talmente il Paese delle nevi, dove tra il ’28 e il ’48 compì ben otto spedizioni, che a 72 anni si ritirò a vivere a San Polo dei Cavalieri, un paesino laziale di montagna che gli ricordava in qualche modo il Tibet. Scrisse ne La via dello Swat: «Il Tibet è stato il più grande amore della mia vita, e lo è tuttora. In otto viaggi, ne ho percorso gran parte in lungo e in largo, ho vissuto nei villaggi e nei monasteri, mi sono genuflesso dinanzi a maestri e immagini sacre». Lo studioso ed esploratore, combattente nella Grande Guerra, nel ’29 fu nominato accademico d’Italia e nel ’33 fondò insieme a Giovanni Gentile l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (l’IsMeo), con lo scopo principale di sviluppare le relazioni culturali tra l’Italia e i paesi asiatici. L’Istituto Luce ha riprodotto il video della spedizione tibetana di Tucci del 1933 dove si vede anche l’alzabandiera della spedizione italiana sulle note di Giovinezza. E dove è possibile vedere le immagini – per la prima volta – del popolo delle nevi nella sua quotidianità. Successivamente Tucci – nel 1948 – riuscì a visitare la capitale Lhasa, nel Tibet centrale. Prima di lui diversi altri occidentali c’erano andati ma egli fu comunque uno di quelli che la fece conoscere al mondo e, sicuramente, quello che ne riportò più tesori: basti pensare solo alle preziose raccolte di testi sacri del buddhismo. Che probabilmente gli erano stati dati direttamente dal XIV Dalai Lama, allora un bambino di solo tredici anni, affinché li salvasse portandoli con sé, perché i cinesi erano già ai confini del Tibet e premevano da anni per entrare. Cosa che poi avvenne, nel 1951, con l’annessione e l’invasione e, soprattutto durante la rivoluzione culturale maoista degli anni ’66-76, con la distruzione dei monasteri e del templi. Venendo alla mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale – sia dopo l’invasione che negli anni della distruzione dei monasteri – balza inoltre in evidenza l’attivismo di una intellettuale italiana come Cristina Campo, la cui visione tradizionalista fu sempre molto apprezzata negli ambienti più colti della destra. Tutte le tragedie politiche, fossero esse macroscopiche come la distruzione di una civiltà, oppure più silenziose come l’indigenza cronica di un clochard, nascevano secondo la Campo dall’oblio dell’ordine eterno del mondo, della dimensione soprannaturale che fonda l’esistenza storica di persone e popoli. E alla luce di questo assioma la scrittrice e poetessa fiorentina si mobilitò contemporaneamente tanto nell’attività a favore della preservazione della liturgia cattolica preconciliare quanto nell’aiuto ai profughi ungheresi fuggiti da Budapest invasa dai carri armati del Patto di Varsavia, ma anche attraverso l’attenzione nei confronti del Tibet invaso e distrutto dall’esercito cinese. A sostegno della libertà del Tibet scrisse lettere e interventi e, successivamente, si adoperò – firmandone l’accorata introduzione – per far pubblicare dalle edizioni Borla – dirette in quella fase da un altro intellettuale di destra come Alfredo Cattabiani – il libro Nato nel Tibet di Chogyam Trungpa, un maestro di meditazione fuggito dal Tibet in seguito all’invasione militare cinese del 1949. Quel libro fu importantissimo ed ebbe il vero merito di far conoscere al lettore medio occidentale l’esistenza della battaglia del popolo tibetano per la libertà. E apparve, come dicevamo, in una collana dalla chiara connotazione destrorsa, diretta da due figure come Augusto Del Noce ed Elémire Zolla, proprio grazie alle pressioni di Cristina Campo. Per la scrittrice battersi per la libertà del Tibet equivaleva a difendersi dalla massificazione che stava colpendo anche l’Occidente. «Il mondo del dopoguerra – ha scritto la sua biografa Cristina De Stefano – era per lei un pianeta inabitabile, dove ogni gesto è intercambiabile e quindi ormai privo di senso». Cosa direbbero, se ci fossero ancora, la Campo e Tucci davanti alla tragedia che sta colpendo il Tibet in questi giorni?
    March 26

    IL VENEZUELA COMPERA' IN EURO: SI PROSPETTERA' GUERRA?

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    CARACAS, Venezuela: Il ministro venezuelano del petrolio ha detto martedì che la compagnia petrolifera venezuelana, di proprietà dello Stato, inizierà a chiedere pagamenti in euro-- una misura volta a proteggere i guadagni dall'indebolimento del dollaro Usa.

    Rafael Ramirez ha detto che l’iniziativa della Petroleos de Venezuela SA, o PDVSA, di chiedere euro piuttosto che dollari “sta avanzando” ma non è ancora completata.

    “La questione degli euro per i nuovi contratti sarà gestita in modo graduale”, ha detto Ramirez in una conferenza stampa. “Sono stati intrapresi solo i primi passi. Non è stata ancora stabilita una politica precisa”.

    Ha detto che alcuni nuovi contratti richiederanno il pagamento in euro.

    La PDVSA ha deciso di chiedere il pagamento in euro come mezzo per proteggere l'azienda dalla caduta di valore del dollaro.

    L'euro ha raggiunto lunedì il record assoluto di $ 1,59 Usa ma è leggermente sceso martedì a $ 1,56 dopo che la Federal Reserve ha tagliato i suoi tassi di interesse di riferimento.

    Titolo originale: "Venezuela's state-run oil company begins demanding payment in euros as US dollar weakENS"

    Fonte: http://www.iht.com/Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
    March 22

    Vieira - Dalai Lama 1-0

     

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    Il massacro dei tibetani è sulle prime pagine dei più importanti giornali del mondo libero. Da noi è un po' meno presente. Questione di priorità. In Italia l'informazione è serva, ma in modo comico, surreale, cialtronesco. Gli articoli sono palle colorate lanciate in aria dai clown dell'informazione assunti come direttori di giornali.
    Il Corriere della Sera di ieri. Prima pagina. Foto centrale con "Vieira fa gol per Mancini" , 12 cm x 14,5, e sulla destra un titolo "Marina fa l'elogio di Luxuria, 2 cm x 11,5. In alto a destra un richiamo al Dalai Lama, 5 cm x 5,5 titolo e inizio articolo compresi e subito sotto un lancio dell'intervista a Andrè Glucksmann "Boicottare i Giochi non serve a nulla", 6,5 cm x 5,5: un centimetro più del Dalai Lama.
    Il lettore che ripone la sua fiducia in Paolo Mieli e nel "salotto buono" del Corriere si inoltra a questo punto nella lettura delle pagine interne. Cerca, come è naturale, la notizia del giorno. Tibet, Lhasa, Dalai Lama, Cina, Giochi Olimpici. Pagina 2 e 3 sono dedicate alle amministrative in Francia. Certo, sono importanti, ma il Tibet? Sfogliamo. A pagina 5, dopo la pubblicità, c'è una foto di Testa d'Asfalto, 13 cm x 13,5, sotto il titolo "Protesta sulle pensioni, Berlusconi frena", 28,5 cm x 1,5. Andiamo avanti. Pagina 6 è dedicata a "La cura Air France all'esame del governo", titolo da 29,5 cm x 1 e due foto 2 cm x 2 della coppia Formigoni - D'Alema con le loro dichiarazioni in box virgolettati da 7 cm x 2.
    Dopo le fondamentali opinioni dei nostri statisti Lhasa può sempre attendere. Doppia pagina 8/9 sul servizio "Emergenza imballaggi", titolo monstre 24,5 cm x 2,5 e una foto con gli ortaggi di stagione 37 cm x 24. Pagina 10 e 11 a questo punto non ci deludono. Della repressione cinese ancora non c'è una riga, ma le interviste riportate sono fondamentali. Titoli: "Veltroni sfida il Cavaliere. Siete voi che copiate" 17 cm x 3, "Capotondi: non corro, vorrei Silvio e Walter insieme" 26 cm x 1, "Mussi, il trapianto e la politica. Mi ha salvato mia moglie", 17 cm x 3. E' presente in una colonna personale di 33 cm x 4 anche l'immancabile monito dal Colle "Napolitano: politica urlata un danno alle istituzioni".
    Sfinito, anche il più accanito lettore di Romano e Severgnini non si aspetta più nulla sul Dalai Lama e, infatti, lo accolgono a pagina 12 la pubblicità e a pagina 13 a famiglia Berlusconi, mezza pagina a testa per il papà Silvio e la figlia Marina. In alto: "Berlusconi: urne, c'è il rischio di brogli", 25 cm x 1,5 e, sopra il titolo, "Per vigilare sulle elezioni ci sarà l'esercito dei difensori della libertà. E ricorda la prima fidanzata" 23 cm x 0,5. Sotto: "Marina a sorpresa: mi piace Luxuria è preparata e spiritosa" 9,5 cm x 4. Le foto del papà con folla adorante, 26, 5 cm x 7,5, e della figlia, 15 cm x 9,5, completano la pagina. Ma non bisogna mai disperare. Infatti, a pagina 14 c'è il Tibet con il titolo su due righe "In Tibet genocidio culturale. Ma no al boicottaggio dei Giochi" 21, 5 cm x 3 e a pagina 15, a fronte l'intervista a Glucksmann "Disertare Pechino? Così non serve" 20,5 cm x 1,5. Il messaggio di pagina 14 e 15 è quello di non disertare i Giochi. La libertà del Tibet può attendere.
    Per curiosità ho confrontato il Corriere con il Financial Times di ieri.

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    Foto centrale della prima pagina con la protesta dei monaci 21,5 cm x 11,5, titolo "Chinese seal off Tibetan capital" 3,5 cm x 3, 5. Subito a pagina 2 un articolo su Lhasa, titolo "Tibetans' grievances with Beijing spill over violence" 11 cm x 3,5, foto di un tibetano in esilio 17 cm x 7,5. Leggete con il righello.
    Vieira batte Dalai Lama 1-0. Libera informazione in libero Stato. V2 day 25 aprile.

    March 20

    L’Unione Europea «fusa» nella NATO

    Maurizio Blondet     
    Scheffer
    Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO , o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

    Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

    «Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

    Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
    «Egualmente a disposizione».

    E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

    Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

    Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO»  che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

    Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

    Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

    Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

    Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia.

    In fondo, già abbiamo visto questa militarizzazione burocratica in Kossovo: la cui indipendenza è stata riconosciuta da tutti gli Stati membri su ordine oscuro (americano), e che la NATO sta difendendo sul terreno. Senza una minima discussione, un dibattito aperto di cui le opinioni pubbliche abbiano avuto notizia. Ora, con il Trattato di Lisbona che surrettiziamente viene imposto ad ogni Paese senza referendum, viene eliminato il diritto di veto dei singoli Stati: un’altra rinuncia a un elemento di sovranità.

    La «riforma» della NATO cui allude l’olandese contempla la stessa meccanica: anche qui per decidere una guerra, un intervento «fuori area», basterà un voto di maggioranza, e i singoli Stati non avranno diritto di veto.

    «Le due istituzioni saranno fuse in un’unica struttura imperiale e nessuno Stato membro può permettersi di opporsi ai dispiegamenti militari», come ha scritto Helga Zepp LaRouche. Senza discussione - almeno senza discussione aperta, in un qualche parlamento, riportata sui giornali - questo avverrà nel 2009.

    «Come stanno le cose», ha detto De Hoop Scheffer, «mi aspetto che il lavoro su un nuovo Concetto Strategico comincerà nel nostro vertice del 2009, il 60mo anniversario della NATO. Gli anniversari nella NATO non celebrano solo le passate realizzazioni; anzitutto e più di tutto, riguardano il futuro. Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo atteggiamento francese verso la NATO [Sarko sta facendo rientrare la Francia nell’Alleanza Atlantica da cui De Gaulle l’aveva fatta uscire appunto perché ‘solo un capo di Stato votato può ordinare di mandare in guerra i suoi cittadini’), e una nuova dinamica nel processo di integrazione europea, penso che il nostro vertice 2009 produrrà un breve ma potente documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo Concetto Strategico. In mancanza di un termine migliore, chiamerò questo documento Carta Atlantica».

    Un nuovo Trattato di Lisbona, dunque: una Costituzione che non si dichiara tale. Quanto ai «duraturi fondamenti della cooperazione militare transatlantica», sono stati rovesciati dalle volontà oligarchiche: la NATO era una alleanza «difensiva», volta a difendere l’Europa su suolo europeo; oggi è diventata una unione di forze neo-imperiali, impegnate out-of-area, in occupazioni come in Afghanistan, a sostegno di governi-fantoccio insediati da Washington. Anche questo, naturalmente, senza alcuna discussione aperta (3).

    Il nostro presidente Napolitano ci esorterà a cooperare a quelle guerre, come ha esortato a ratificare il Trattato di Lisbona senza dibattito e men che meno per referendum, lui e gli altri Venerati (Gran)  Maestri tipo Ciampi.E poi criticavano Licio Gelli.

    Questi sviluppi occulti assumono un senso anche più inquietante nel contesto della crisi sistemica e del collasso finanziario globale. Già nel 1974 il Club di Roma aveva elaborato un modello computeristico in cui aveva «previsto» i problemi che ora sembrano avventarcisi contro tutti insieme: sovrappopolazione, penuria alimentare, esaurimento delle risorse, degrado ambientale… e le aveva salutate come «una opportunità». Una opportunità per instaurare un governo mondiale - ma non un governo politico, sovrano e dunque responsabile.

    Il governo di una tecnocrazia autonominatasi maestra di saggezza, che si impone insensibilmente, attraverso una «educazione» delle masse (leggi: propaganda), che imponga nuovi valori, adatti a una «nuova umanità». «Oggi sembra che i valori vigenti, che sono insiti nelle società umane di ogni ideologia e religione, sono responsabili dei nostri problemi. Se si dovranno evitare le future crisi, come ri-dirigere questi valori?»: così si chiedeva il Club di Roma (4).

    Oggi, possiamo constatare quanta strada sia stata fatta: oggi i valori vigenti sono quelli di una «nuova coscienza ecologica», quelli favorevoli alla limitazione delle nascite e  all’accettazione dei «diversi» con pari diritti. E questi valori del politicamente corretto hanno sostituito ogni ideologia ed ogni religione. «L’analisi dei problemi e delle crisi che ci attendono», diceva nel ‘74 il consesso oligarchico, «indicano che occorre
    1) una ristruturazione ‘orizzontale’ del sistema mondiale, ossia un cambiamento nelle relazioni tra nazioni e regioni, e
    2) una ristrutturazione ‘verticale’, ossia drastici cambiamenti nello strato normativo, cioè
    nel sistema di valori e di fini dell’uomo, necessari per risolvere le crisi energetiche, alimentari, eccetera. Intendiamo con ciò cambiamenti sociali e cambiamenti negli atteggiamenti individuali, che sono necessari perché possa aver luogo la transizione alla crescita organica».

    Per crescita «organica» dell’umanità, il Club di Roma intendeva crescita insieme «sostenibile» (non troppa) e «interdipendenza» della produzione e commercio globali, l’attuale liberismo instaurato con così grandi benefici, ma governato dietro le quinte da organi sovrannazionali e non-sovrani (ossia non controllabili dalla volontà popolare).

    «Lo sviluppo di cornici internazionali [….] essenziali per l’emergere di una nuova umanità diretta alla crescita organica diverrà una necessità da non lasciare alle buone volontà e alle preferenze. […] La NATO-Europa integrate sono appunto parte delle nuove cornici internazionali auspicate».

    Ma si domandava il Club di Roma: «Avrà il genere umano la saggezza e la forza di volontà di mettere in atto una strategia adeguata a produrre la transizione? A considerare i precedenti storici, si possono avere legittimi dubbi - a meno che la transizione non avvenga per necessità. Ed è qui che le future crisi - nel campo dell’energia, dell’alimentazione e del resto - possono diventare catalizzatori del cambiamento, delle opportunità fortunate dietro le apparenze». Ed ecco che la Grande Crisi è qui. L’hanno provocata loro, per spingerci volenti o nolenti verso la «nuova umanità» necessaria?

    Come minimo, l’hanno «prevista» da oltre trent’anni, ci hanno lavorato; il disastro che ci pare incontrollato e sparge il panico fra gli operatori di Borsa, può essere invece controllatissimo; le conseguenze di fame, disoccupazione, penuria, perdite di ricchezza e guerre, una «opportunità» da non perdere. Il governo mondiale avrà le forme extra-giuridiche dell’Europa: ossia delle azioni dietro le quinte, di entità che non rispondono a nessuno.

    Il nuovo governo mondiale non sarà nemmeno un governo, ma un «ordine», una «direttiva», un insieme di «regolamenti».
    March 19

    EZRA POUND: UN ECONOMISTA

    di Miro Renzaglia

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    Ezra Pound si occupava accidentalmente di economia o era, più tosto, l’economia a pre-occuparlo in essere? Visto che mi faccio da solo la domanda, da solo mi offrirò la risposta: non si possono scindere dalla lettura dei Cantos le tesi economiche che ne costituiscono la struttura argomentativa. Se tali contenuti fossero trascurati come farneticazioni, potremmo pure continuare a goderci il bello scrivere del “Miglior fabbro”, ma ci sfuggirebbe il senso profondo del capitolo più alto della poesia del ‘900... In definitiva, la teologia sta a Dante e alla Commedia, come l’economia sta a Pound e ai Cantos: eretico teologico il primo, eretico economico l’altro.

     

    È, se mai, lecito chiedersi se l’economia è materia che si presta ad essere poetata. Ma qui, lasciando rispondere lo stesso Pound, arriveremmo alla conclusione che: “La poesia si fa con qualsiasi cosa...”. D’altronde, la teologia ai tempi di Dante  era materia riservata agli eruditi e agli uomini di chiesa, non ingrediente comune alla pratica mondana della poesia. Pound scelse l’economia come pre-testo poetico perché era persuaso che essa (l’economia...) fosse fattrice centrata nei e dei rapporti dinamici della storia. Come a Dante (di nuovo...) premeva affrontare i nodi problematici fra potere temporale e autorità spirituale che movevano le dispute civili, sociali e belliche del suo periodo, per Pound il nodo da sciogliere era quello fra interessi finanziari ed etica dello Stato. Il suo avvertimento era rivolto agli uomini del nostro tempo: le lotte, le grandi lotte che viviamo in maniera sempre più drammatica (dall’epilogo della Seconda guerra mondiale, alle guerre umanitarie, alle missioni di pace, alla lotta guerrafondaia al terrorismo...) sono, in realtà la proiezione della lotta mortale fra l’usura, apolide e piuratesca, e gli interessi di uno stato ideale, confuciano che, rifiutandosi di asservirsi alle logiche finanziarie finalizzate al puro profitto, e ad indebitarsi, dovrebbe difendere le ragioni vitali dei popoli... Che Pound, poi, abbia visto nel nazional socialismo e nel bolscevismo leniniano, in parte, e nel fascismo italiano, sopra tutto, tale prefigurazione di Stato è colpa che gli valse dodici anni di manicomio criminale. Il che potrebbe essere sufficiente pena per consentirci un’analisi serena delle sue tesi economiche, senza indurci a fargli pagare ancora, in maniera pregiudiziale, il reato (se reato fu...) delle sue scelte di campo...

     

    L’usura, vale a dire il potere di creare denaro dal nulla, era l’assillo di Pound. Materia difficile, certo. Ancora oggi si stenta a comprendere come il prestito a interesse (leggi: usura...) corroda dall’interno i rapporti sociali dei popoli e delle nazioni e come la grande concentrazione di valuta,( o contenuta virtualmente...) nella capaci (e rapaci...) casse delle banche, incida sulla qualità della vita e sulle scelte anche minime dell’individuo. Pound si chiese come mai in età moderna, dove l’industrializzazione e la meccanizzazione del lavoro agrario sono in grado di produrre merci e beni tali da soddisfare  le esigenze primarie di tutti, esistano ancora sacche planetarie di estrema, miseria. In primis, si rispose che la quantità lavoro era mal distribuita: un uomo non avrebbe dovuto lavorare più di cinque ore al giorno (all’epoca se ne lavoravano otto, oggi se ne lavorano sei e quaranta ed è assi contrastata – a dire poco – la riduzione a trentacinque ore settimanali...), liberando così per altri uomini le ore di lavoro eccedenti gli attuali “limiti occupazionali”. In secondo luogo – sempre il Pound di cui si tratta – affermava che il lavoro doveva essere “necessario”, cioè: attività produttiva di beni che “qualcuno voleva”. Beni, ancora e cioè, che dovrebbero soddisfare bisogni naturali e non indotti – mettiamo – dalla pubblicità più o meno subliminale. In fine: che il salario doveva certificare esattamente il lavoro compiuto.

     

    Poste le premesse, però, il problema è tutt’altro che risolto. In tanto: il salario globale distribuito alla forza lavoro non può corrispondere mai con esattezza al prezzo totale delle merci prodotte essendo (tale prezzo...) gravato dai costi (ulteriori a quello della mano d’opera....) per le materie prime, l’energia, la conservazione delle merci, per la distribuzione etc. che la produzione stessa comporta. Pound, sposando con entusiasmo il teorema “A + B” di un altro eretico dell’economia, il Maggiore Clifford Douglas, citatissimo nei Cantos, ritenne allora che la differenza fra salario effettivamente elargito e potere d’acquisto dovesse essere colmato direttamente dallo Stato con l’emissione corrispondente in carta moneta di un “Credito Sociale”. Soluzione che può sembrare semplicistica ma valida, comunque, nel sottolineare un problema sottovalutato, in buona o cattiva fede, dagli economisti ortodossi. In oltre, oltre alla differenza fra salario e potere d’acquisto, il sistema poundiano, che sottometteva, di fatto, l’emissione della moneta al lavoro anziché alla “miserabile base aurea”, non impediva l’accaparramento della moneta per fini improduttivi di niente altro che di altra moneta (cioè: per convertirla in prestiti a interesse = usura...). Chiuderla nei forzieri (al di là di un sano risparmio personale...), anziché spenderla o investirla in attività produttive, sottrae ulteriore potere d’acquisto e, quindi, benessere sociale. La moneta, infatti,  si conserva meglio e a costi più bassi delle merci. Bisognava trovare, allora, un antidoto alla sua (della moneta...) eternizzazione e alla sua (sempre della moneta...) conservazione nella casseforti bancarie. Certo è che, se invece di essere immortale, la moneta seguisse il destino delle merci, di cui è (meglio: dovrebbe essere...) simbolo; meglio ancora: se fosse soggetta allo stesso processo di deperimento delle merci, la convenienza a tenerla ferma nelle banche anzi che favorirne la distribuzione e la circolazione verrebbe meno... Tesi che Pound mutuò da Silvio Gesell e dalla teoria della “moneta prescrivibile”. La moneta emessa dallo Stato (e non dalle banche centrali: attenzione...), dovrebbe essere affrancata ogni mese con una marca da bollo pari all’1% del suo valore nominale, pena la sua invalidità. In cento mesi, la moneta si prescrive (cioè: esaurisce il suo corso...) ed è sostituita. E’ chiaro che se uno Zio Paperone qualsiasi vede il livello del suo forziere abbassarsi di un centesimo al mese, o la smette con i tuffi salutari (per lui...) nella piscina monetaria, o nel giro di otto anni si rompe l’osso del collo. Inoltre, quella marca da bollo diverrebe l’unica tassa imposta dallo Stato. Il quale (Stato...), da una parte avrebbe la possibilità di sapere con assoluta precisione che le sue entrate sarebbero pari al 12% dell’emissione monetaria (corrispondente, a sua volta - come si è detto - per la produzione di beni necessari + il credito sociale di cui sopra...) e, dall’altra, finirebbe per gravare solo su chi, al termine di ogni mese, avesse in tasca un valore pari al meno cento volte l’unitax.

     

    Tale sistema monetario fu oggetto di alcuni esperimenti (o di alcuni tentativi di esperimento...). Lo stava per rendere operativo lo stesso Gesell, Ministro delle Finanze della breve ed effimera Baviera sovietica (1919), ma il colpo di stato dei seguaci socialdemocratici di Rosa Luxenburg ne impedì l’attuazione: l’anarchista Gustav Landauer, capo di quella proclamata Repubblica dei Consigli, fu fucilato e Gesell stesso processato e condannato per alto tradimento.. Tra il 1932 e il ’33, riuscì ad emetterla il borgomastro di Wörgl, nel Tirolo, risanando le disastrate finanze del piccolo paese in meno di due anni. Finché, uno di quei biglietti, arrivato nelle mani dei banchieri di Innsbruck, allertò le cosche finanziarie austriache che fecero decretare la fine del suo corso e della carriera politica del borgomastro. Il 10 settembre 1943, dopo l’armistizio, Ezra Pound partì da Roma percorrendo 600 chilometri a piedi stretti dentro stivali di almeno un numero più piccoli, per proporre la moneta prescrivibile all’ultimo fascismo: quello della Repubblica sociale. Ma le orecchie foderate di chi doveva ascoltarlo e, soprattutto, l’esito del conflitto resero vano il suo ingresso nella “repubblica dell’utopia”.

     

    La teoria monetaria, a partire da questi due istituti: credito sociale del maggiore Douglas e moneta prescrivibile di Gesell, furono per Ezra Pound materia di infiniti interventi e messe a punto. Nonché - come si è detto - contenuto incandescente della sua poesia. In definitiva, Pound utopizzava di sottrarre la moneta al dominio e al controllo delle banche e degli ingegneri dell’Haute Finance, per restituirla a quelli diretti dello stato. Oggi, in Italia, lo si accuserebbe di statalismo, inviso tanto alle forze governative che a quelle dell’opposizione, unite ne contendersi (l’ossimoro è apparente...) il primato del Pensiero Unico Dominante: quello liberista. Ma, secondo Pound: “I liberali che non sono tutti usurai, dovrebbero spiegarci perché gli usurai sono tutti liberali...”. Certo – avvertiva ancora Pound – nessun sistema si dimostra veramente buono se chi lo deve realizzare non è sorretto da un fortissimo senso etico. Ma lo stato è, quasi sempre, l’espressione mediata o diretta della volontà di un popolo, mentre nessuna banca è stata mai eletta o acclamata da alcun chi. (Inoltre, del sistema monetario prescrivibile, esiste una versione libertaria, teorizzata da Rudolf Steiner che, anziché allo Stato, conferisce a “istituti spirituali”: ospedali, scuole, istituti di ricerca, musei ecc... facoltativamente scelti dal possessore della moneta, l’emissione della marca da bollo affrancatrice con diritto all’incasso del relativo importo...).

     

    Purtroppo la perdita di sovranità dello Stato di qualsiasi nazione indebitata, a favore di quella illimitata del potere finanziario creditore, che all’epoca in cui Pound scriveva poteva sembrare un’oscura e catastrofica previsione è, oggi una realtà incontestabile. Quasi tutti i paesi del mondo, con esclusione, forse, di alcuni a regime islamico (imputati delle più orrende nefandezze dal tiro martellante della propaganda occidentalista...) sono o si avviano a diventare debitori di potenze finanziarie globali, super e trans nazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primo luogo...). Come sa chiunque abbia acceso un mutuo, si resta padrone dell’investimento e del modo di gestirlo fino a quando il debitore (il cliente, direbbero gentilmente al vostro sportello bancario...) è in grado di restituire, oltre al cabitale debitorio, anche il cospicuo interesse (usura... usura...) che ne deriva. Ma quando, per esempio, un rialzo dei tassi (stabilito unilateralmente dalle banche centrali...) rende difficile, se non impossibile, la soddisfazione del debito, è il creditore che comincia a dettare le sue regole, pena l’esproprio. La stessa cosa succede agli stati indebitati. Quando il debito pubblico sale ai livelli italiani (o peggio...), dagli altissimi consessi finanziari sopra citati (fmi e bm...) arrivano i consigli giusti per raddrizzare l’economia. E ai governi nazionali non resta che ratificare: una privatizzazione là (che significa esattamente, una cessione di proprietà dello Stato alle banche o a società dal comodo prestanome...); un taglietto alle pensioni qui (o un innalzamento dell’età pensionabile fino ai limiti dell’umana sopportabilità...); una sforbiciatina al sistema sanitario; una riduzione delle spese per l’istruzione (magari privatizzando perfino le Università…) e poi, via, insomma, è ora di finirla con questo residuo assistenzialista dello Stato sociale inventato, per di più, da quel fossile reazionario e antiliberale, per icona assoluta, di Bismarck… E realizzato in Italia da quel diabolico nemico del popolo che fu, e resta, Benito Mussolini...

    March 16

    ANCORA SANGUE IN CINA

     
    10olympicswatch
    E' di almeno 100 morti il bilancio degli scontri avvenuti ieri a Lhasa, capoluogo del Tibet. E' il drammatico bilancio reso noto dal governo tibetano in esilio nel nord dell'India. Lo stesso si dice poi "profondamente preoccupato" per le notizie che arrivano "dalle tre regioni del Tibet di uccisioni sommarie, di feriti e arresti di migliaia di tibetani che protestavano pacificamente contro la politica cinese". Ancora, la nota ribadisce che "le recenti proteste riflettono i reali sentimenti dei tibetani in Tibet e il desiderio di essere liberi dal regime repressivo cinese".
    APPELLO AD IRAN, SIRIA E VENEZUELA: PORTATE UN PO' DI PETROLIO IN TIBET, COSì LA NATO ESPORTERA' LA DEMOCRAZIA ANCHE LA'.....
                                                                                             NICKDUX

    LA VERITA' SUL POPOLO EBRAICO: CE LA SPIEGA UNO STORICO ISRAELIANO

     Gli antisionisti lo hanno sempre sostenuto. Gli ebrei non sono un popolo ma una religione. Gli ebrei che sono 'tornati' in Israele non discendono dagli ebrei di Palestina ma dai Kazari. I palestinesi discendono dagli ebrei di Palestina. Ora anche un libro dello storico ebraico Shlomo Zand sostiene e documento queste posizioni. La recensione è di un altro storico ebraico, Tom Segev [foto].
    Mauro Manno

    The Slate Magazine, the Fray Kausfiles, 29/02/2008

    Una invenzione chiamata “il popolo ebraico”

    Tom Segev

    http://fray.slate.com/discuss/forums/thread/914934.aspx

    La Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che il popolo ebraico proviene dalla Terra di Israele e che fu esiliato dalla sua patria. Ad ogni scolaro israeliano si insegna che ciò accadde durante il dominio romano, nell’anno 70 d.C.

    La nazione rimase fedele alla sua terra, alla quale iniziò a tornare dopo 2 millenni di esilio. Tutto sbagliato, dice lo storico Shlomo Zand, in uno dei libri più affascinanti e stimolanti pubblicati qui (in Israele) da molto tempo a questa parte. Non c’è mai stato un popolo ebraico, solo una religione ebraica, e l’esilio non è mai avvenuto – per cui non si è trattato di un ritorno. Zand rigetta la maggior parte dei racconti biblici riguardanti la formazione di una identità nazionale, incluso il racconto dell’esodo dall’Egitto e, in modo molto convincente, i racconti degli orrori della conquista da parte di Giosué. È tutta invenzione e mito che è servita come scusa per la fondazione dello Stato di Israele, egli assicura.

    Secondo Zand, i romani, che di solito non esiliavano intere nazioni, permisero alla maggior parte degli ebrei di restare nel paese. Il numero degli esiliati ammontava al massimo a qualche decina di migliaia. Quando il paese fu conquistato dagli arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si assimilarono con i conquistatori. Ne consegue che i progenitori degli arabi palestinesi erano ebrei. Zand non ha inventato questa tesi; 30 anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, essa fu sostenuta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi ed altri.

    Se la maggioranza degli ebrei non fu esiliata, come è successo allora che tanti di loro si insediarono in quasi ogni paese della terra? Zand afferma che essi emigrarono di propria volontà o, se erano tra gli esiliati di Babilonia, rimasero colà per loro scelta. Contrariamente a quanto si pensa, la religione ebraica ha cercato di indurre persone di altre fedi a convertirsi al giudaismo, il che spiega come è successo che ci siano milioni di ebrei nel mondo. Nel Libro di Ester, per esempio, è scritto: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro”[1].

    Zand cita molti precedenti studi, alcuni dei quali scritti in Israele ma tenuti fuori dal dibattito pubblico dominante. Egli descrive anche, e a lungo, il regno ebraico di Himyar nella penisola arabica meridionale e gli ebrei berberi del Nord Africa. La comunità degli ebrei di Spagna derivava da arabi convertiti al giudaismo che giunsero con le forze che tolsero la Spagna ai cristiani, e da individui di origine europea che si erano convertiti anch’essi al giudaismo.

    I primi ebrei di Ashkenaz (Germania) non provenivano dalla Terra di Israele e non giunsero in Europa orientale dalla Germania, ma erano ebrei che si erano convertiti nel regno dei Kazari nel Caucaso. Zand spiega l’origine della cultura Yiddish: non si tratta di un’importazione ebraica dalla Germania, ma del risultato dell’incontro tra i discendenti dei Kazari e i tedeschi che si muovevano verso oriente, alcuni dei quali in veste di mercanti.

    Scopriamo così che elementi di vari popoli e razze, dai capelli biondi o scuri, di pelle scura o gialla, divennero ebrei in gran numero. Secondo Zand, i sionisti per la necessità che hanno di inventarsi una eticità comune e una continuità storica, hanno prodotto una lunga serie di invenzioni e finzioni, ricorrendo anche a tesi razziste. Alcune di queste furono elaborate espressamente dalle menti di coloro che promossero il movimento sionista, mentre altre furono presentate come i risultati di studi genetici svolti in Israele.

    Il Prof. Zand insegna all’Università di Tel Aviv. Il suo libro, ‘When and How Was the Jewish People Invented’, (Quando è come fu inventato il popolo ebraico), pubblicato in ebraico dalla casa editrice Resling, vuole promuovere l’idea di un Israele come “stato di tutti i suoi cittadini” – ebrei, arabi ed altri – in contrasto con l’attuale dichiarata identità di stato “ ebraico e democratico”. Il racconto di avvenimenti personali, una prolungata discussione teoretica e abbondanti battute sarcastiche non rendono scorrevole il libro, ma i capitoli storici sono ben scritti e riportano numerosi fatti e idee perspicaci che molti israeliani resteranno sorpresi di leggere per la prima volta.

    Tradotto dall’inglese da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica.

    March 15

    I NUOVI PORTALI DI AZIONE

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    GLI STUDENTI DI SCIENZE POLITICHE POSSONO RIVOLGERSI PER QUALSIASI INFORMAZIONE SU www.azionescienzepolitiche.spaces.live.com
    March 14

    Politica, scuola, giustizia. L'Italia privatizzata


    200px-Severgnini 

    "Ho visto cose che voi umani non potete immaginare... candidati che combattono col volto in fiamme al largo dei bastioni di Veltroni. E ho visto i raggi B(erlusconi) balenare nel buio vicino a "Porta a Porta" con Mannheimer. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia ... È tempo di morire. Dal ridere? "

    Ispirato da un lettore, ho cambiato qualcosa nel celebre addio del replicante Roy Batty in "Blade Runner" (www.youtube.com/watch?v=ZQcUS4chhc4). Un po' di fantasia è necessaria, per non farsi prendere dello scoramento elettorale. In Italia, infatti, non girano solo i replicanti. Segnalo un fenomeno meno insolito, ma più inquietante: la privatizzazione. Non quella che piace a "The Economist", però.

    La privatizzazione in cui siamo bravi è un'altra: prendere qualcosa che è di tutti, e farlo nostro. Per sempre o per un po': dipende.

    Prendiamo la politica. Il Popolo delle Libertà (Pdl) è il risultato di un'acquisizione (Forza Italia assorbe Alleanza Nazionale, e cambia nome). Chi è il presidente e ammistratore delegato lo sappiamo bene: il centrodestra, dal 1994, è un affare privato di Silvio Berlusconi. Candidato per la quinta volta alla guida del Paese, ideatore di una legge elettorale che lo rende onnipotente nella formazione delle liste. Senza nulla togliere al fascino e all'abilità del personaggio, non c'è dubbio che siamo di fronte a un caso clamoroso di privatizzazione politica, senza uguali al mondo.

    Nel centrosinistra va meglio? Be', per arrivare a Walter Veltroni ci sono state le primarie, ma somigliano a quelle americane come Little Tony somiglia a Elvis Presley. La privatizzazione, qui, assume un'altra forma. Siccome è il turno di Walter Veltroni (c'è stato quello di Prodi, di Rutelli, di D'Alema), nessuno osa fargli ombra. Risultato: il Partito Democratico, che avrebbe bisogno di tutto l'aiuto possibile, rinuncia ai suoi campioni. Dove sono Illy, Soru, Penati, Errani, Cacciari? In quale sgabuzzino è stato chiuso Chiamparino, uno dei pochi capace di prendere voti al nord?

    La politica privatizzata non sorprende perché tutta l'Italia è privatizzata. Pensate al mondo accademico: i professori, salvo eccezioni, ritengono che la cattedra gli appartenga, e si scelgono collaboratori e successori (spesso tra i parenti), alla faccia dei concorsi. Guardate il mondo giudiziario: i tribunali sono spesso dominati da una persona, che diventa padre-padrone di qualcosa che non è suo. Osservate cosa accade nelle società di calcio: i presidenti sono guru, papà, vati e mecenati. Studiate il mondo delle comunità religiose, e quei sacerdoti cui Candido Cannavò ha appena dedicato un libro ("Pretacci. Storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapede", Rizzoli). Ce ne sono di ottimi, di buoni e di discutibili. Hanno in comune un egocentrismo pari all'altruismo. Se va bene, abbiamo un santo. Se va meno bene, un don Gelmini.

    Così dovunque: pensateci. Beppe Severgnini

    Dal Corriere della Sera di giovedì 13 marzo 2008

    March 12

    CHE SIGNIFICA ESSERE PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

    Usa DI MICKEY Z.
    Online Journal

    Ogni quattro anni ci ritroviamo la Coca-Cola contro la Pepsi, MasterCard contro Visa, McDonald contro Burger King, Leno contro Letterman. Sapete cogliere la differenza tra le citazioni sottostanti, tratte da precedenti campagne presidenziali?

    1. “Con noi l’America continuerà ad essere la nazione più forte al mondo. E alla sua forza accosteremo una solida diplomazia – senza scuse, senza rimpianti. Sempre pronti a negoziare per la pace, ma mai a concedere nulla senza ottenere qualcosa in cambio.”

    2. “La mia responsabilità primaria è di difendere questo Paese, di mantenere la sua sicurezza, e io intendo mettere la sicurezza in cima all’elenco delle mie priorità, e tenercela lì”.

    3. “La domanda che noi tutti, Repubblicani e Democratici, dobbiamo affrontare è: può la libertà essere acquisita nella prossima generazione oppure saranno i [inserire i MALVAGI qui] a vincere? Questo è il punto cardine. Se faremo fronte alle nostre responsabilità, io penso che la libertà vincerà, ma se mancheremo, se mancheremo di avanzare, se non riusciremo a sviluppare una forza militare, economica e sociale sufficiente in questo Paese, allora io penso che le cose potrebbero non andare per il verso giusto.

    E io non voglio che tra 10 anni gli storici abbiano a dire che questi furono gli anni in cui le cose si sono messe male per gli Stati Uniti. Voglio che dicano che questi sono gli anni in cui le cose si sono messe bene per gli Stati Uniti, gli anni in cui gli Stati Uniti hanno ripreso a muoversi”.

    4. “Sono preparato ad attaccarli prima che loro attacchino noi se con intelligenza sufficiente riusciamo ad individuarli? Potete scommetterci che lo sono! Non lascerò mai che qualsiasi altra nazione ci vieti di fare quello di cui abbiamo bisogno e non lascerò mai che qualsiasi istituzione intralci i nostri piani per la protezione del nostro Paese”.

    5. “La pace è un fatto di forza – economica, militare e strategica. La pace non esiste quando questa forza sparisce, o, peggio, quando è percepita da un avversario come se stesse sparendo”.

    6. “Nessun presidente dovrebbe mai esitare ad usare la forza – unilaterale se necessario – per proteggere noi stessi e i nostri interessi vitali – quando siamo attaccati o fortemente minacciati”.

    Risposte:

    1. Richard Nixon: 1960

    2. Jimmy Carter: 1980

    3. John F. Kennedy: 1960 (naturalmente i malvagi erano i “comunisti”)

    4. Ronald Reagan: 1980

    5. John Kerry: 2004

    6. Barack Obama: 2007.

    La prossima volta che qualcuno ti dice che in America esiste un sistema politico di due partiti, suggerirei di chiedergli di ricontare.

    Mickey Z. è l’autore del libro di prossima uscita “CPR per sprovveduti” (Raw Dog Screaming Press). Il suo indirizzo internet è: http://www.mickeyz.net.

    Titolo originale: "Change we can recycle: A presidential campaign quiz"

    Fonte: http://onlinejournal.com
    March 11

    CHE TRISTEZZA LA VICENDA CIARRAPICO!!!!

    CHE TRISTEZZA IMMANE. SITUAZIONI CHE SOLO IN CAMPAGNA ELETTORALE!!
    LA REPUBBLICA, GIORNALE UFFICIALE DEL PD, A DETTA NON MIA MA DI GRILLO, HA LA BELLISSIMA IDEA DI INTERVISTARE UN VECCHIETTO SIMPATICO, NOTO AI PIU' COME EX PRESIDENTE DELLA AS ROMA, E CANDIDATO NELLE LISTE PDL. QUESTA PERSONA SQUISITA HA LA BRILLANTE IDEA DI DICHIARARE IL SUO NON RIMOSSO PASSATO DA SIMPATIZZANTE FASCISTA AL GIORNALE SCRITTO DA BOCCA, SERRA, MALTESE ETC., FORSE I MAGGIORI PROMOTORI DELL'ANTIFASCISMO IN ITALIA (BOCCA NN RICONOSCE ANCORA I MASSACRI PARTIGIANI ....)
    SICCHE' LE REPLICHE FIOCCONO A FIUMI, SI PARLA DI APOLOGIA DEL FASCISMO E IL PD, NON RIFONDAZIONE, INSORGE CONTRO IL PDL, REO DI SCHIERARE IN UN PARTITO DI MODERATI QUESTO VECCHIETTO NOSTALGICO ED UNA DONNONA DALLE LABBRA RIFATTE, CHE DI MUSSOLINI HA SOLO IL COGNOME.
    LA COSA SPETTACOLARE E' CHE LA DIFESA NON VIENE, COME LOGICO, DAGLI EX MISSINI, CHE SI DISSOCIANO CON RIBBREZZO, DICHIARANDO LA LORO ESTRANEITA' CON QUESTO LOSCO INDIVIDUO (MA CCAZZ STIV A FA NELL'MSI), MA DA QUELLA SIMPATICA CANAGLIA DEL SILVIO NAZIONALE, CHE RIATTACCA CONTRO IL FAMELICO BLOCCO COMUNISTA ANTAGONISTA,
    MA POSSIBILE CHE NON CI POSSANO ESSERE TEMI CONCRETI IN UNA CAZZO DI CAMPAGNA ELETTORALE? UN VECCHIO SI RICORDA BENE DEL FASCISMO, MA FATELO PARLARE.
    CHE POI LA STESSA PERSONA, FASCISTA????, VADA A METTERSI IN UN PARTITO DI MAFIOSI , DC, PIDDUISTI, RADICALI, SOCIALISTI (NEL SENSO CRAXIANO DEL TERMINE) NESSUNO LO DENOTA...
    CHISSA COM'èE' CHE GIANLUCA IANNONE, IN UN INTERVISTA DI 3 ANNI FA, SI DICHIARO' IN UNA TELEVISIONE PUBBLICA, APERTAMENTE FASCISTA, NESSUNO HA GRIDATO ALL'APOLOGIA...OPS!!!
    NON ERAVAMO IN CAMPAGNA ELETTORALE,,,,BUON VOTO A TUTTI!!
    IO RIMARRO' A CASA A DORMIRE...PENSO
                                                                                                                                                                  NICKDUX
    March 07

    BALCANI E CRIMINALITA'

    Per capire la questione del Kosovo, che domenica ha proclamato l'indipendenza dalla Serbia, le sue origini e le sue implicazioni, bisogna fare qualche passo indietro. Nel 1990, dopo il crollo dell'Urss, Slovenia e Croazia dichiarano la propria secessione dalla Jugoslavia. La comunità internazionale (Usa, Germania e Vaticano in testa) si affrettò a riconoscere i due nuovi Stati. Allora i serbi di Bosnia chiesero a loro volta la secessione. Una Bosnia multietnica, a guida musulmana, aveva infatti ragion d'essere solo all'interno di una Jugoslavia multietnica che invece non esisteva più. Ma la comunità internazionale negò ai serbi ciò che aveva così prontamente accordato a sloveni e croati. E i serbi di Bosnia scesero in guerra che stavano largamente vincendo, perché, sul terreno sono i migliori combattenti del mondo e perché potevano contare sul retroterra della madrepatria di Belgrado (come peraltro anche i croati con Zagabria), mentre i musulmani erano isolati a parte qualche aiuto saltuario dall'Iran.
    Fu una guerra sanguinosa. Ma agli europei e agli Usa la vittoria dei serbi non andava bene (erano rimasti gli ultimi quasi-comunisti d'Europa). Intervenne la Nato e capovolse il verdetto del campo di battaglia: i vincitori divennero i vinti. Il presidente croato Tudjman ne approfittò per realizzare la più colossale "pulizia etnica" dei Balcani cacciando, in un solo giorno, 800 mila serbi dalla krajne.

    L'indebolimento della Serbia attizzò l'idipendentismo degli albanesi del Kosovo. In questa regione, da secoli giuridicamente e storicamente serba, erano diventati nel corso del tempo la maggioranza. Nel 1998 cominciò la guerriglia dell'Uck, armata dagli Usa, che faceva ampio uso del terrorismo, cui l'esercito di Belgrado rispondeva con altrettanta violenza. Si trovavano quindi di fronte due ragioni, quella dell'indipendentismo e quella di uno Stato sovrano a difendere l'integrità del proprio territorio, che i due contendenti avrebbero dovuto risolversi fra loro, anche con le armi. Ma gli Stati Uniti avevano deciso che i cattivi erano i serbi. Contro al volontà dell'Onu e violando il principio di diritto internazionale, fino ad allora mai messo in discussione, della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, la Nato, con l'Italia a fare da «palo», bombardò per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado, finché i serbi dovettero arrendersi.

    Quella alla Serbia di Milosevic è stata una guerra stolta. Sia dal punto di vista nostro, nazionale, che internazionale. Con la Serbia noi non abbiamo mai avuto contenziosi (mentre con la Croazia sì), ma anzi ottimi rapporti che risalgono all'alleanza nella prima guerra mondiale e al fatto che ai primi del '900 i serbi guardavano all'unità nazionale italiana come a un modello per la loro, non ancora raggiunta ma a parte queste ragioni storiche, la Serbia del «gendarme» Milosevic, checché se ne sia sempre scritto in contrario, era un fattore di controllo nei Balcani . Ora in Kosovo, in Bosnia, in Albania, in Macedonia, in Montenegro concrescono indisturbate colossali organizzazioni criminali che vanno a concludere i loro primi affari nel Paese vicino più ricco, l'Italia.

    Durante la gestione Nato del Kosovo si è realizzato, sotto gli occhi complici della Kfor, un'altra grande «pulizia etnica»: vi vivevano 360 mila serbi, ora sono 60 mila. Ma l'aspetto più grottesco è che siamo andati a favorire nei Balcani proprio quella componente musulmana, a danno di quella cristiana, che adesso ci fa tanta paura e provoca le isterie «Fallaci-style».

    Infine l'aver abbattuto il principio dell'intangibilità dei confini incoraggerà l'indipendentismo di tutti quei gruppi etnici che nei Balcani , in Bulgaria, in Macedonia, in Bosnia, in Romania, sono minoranza di uno Stato ma maggioranza in una sua regione. Con quale coerenza si negherà loro ciò che è stato concesso ai kosovari? e a maggior ragione a quei popoli, i baschi, i corsi, gli irlandesi del nord, i ceceni, i curdi, che, a differenza degli immigrati albanesi in Kosovo, sono radicati da sempre su un territorio che è loro? Ecco cosa prefigura l'apparentemente irrilevante indipendenza del piccolo Kosovo.
                                                                                                                                                                                                             MASSIMO FINI
    March 05

    GIU' LE MANI DA CASA POUND LATINA

    “Fabrizio Vitali(PD): «Buttiamo soldi per il nuovo direttore. Mentre altri settori non hanno un euro»

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    Come non guardare all’azione dei ragazzi di CasaPound. Scrive Fabrizio Vitali: «700mila euro a Maurizio Costanzo a fronte dello sfratto dato ai ragazzi che occupano dal 29 dicembre 2006 i locali dell’ex Enel in viale XVIII Dicembre a Latina, che è bene far sapere a tutti alleviano il disagio di cittadini senza casa, sembra essere un fatto normale. Così rientrano in statistica le promesse inevase e gli ammiccamenti elettorali ai quali i ragazzi hanno creduto nel 2007. Tutto sembra sciogliersi ulteriormente di fronte alla nuova operazione mediatica della chiamata del signore coi baffi, mentre magari il sito ufficiale del palazzo della cultura non mostra più nulla se non la dicitura “scaduto”. Latina continua nella sua politica di spreco che non è solo spreco, ma anche di detrazione di risorse da “cose” che sono servizio essenziale alla città. Con ciò non per dire che i ragazzi di CasaPound sono un ente gestore di servizi perché questi li dovrebbe proprio fornire il Comune di Latina in sinergia con gli altri Enti superiori, ma in questo caso da mesi svolgono una azione, seppur parziale, di meritevole supplenza. Non sarà un caso o lo sarà che per tanti anni a Latina non si sono assegnati terreni per l’edilizia residenziale pubblica a Latina ? Eppure l’emergenza abitativa a Latina per chi non si può permettere né di comprare né di affittare una casa c’è. Sprechiamo e lo facciamo pure bene, così tartassiamo senza averne ragione così come con i rifiuti e la nuova numerazione civica. E la nostra collettività comunale è pure in grado di anteporre al completamento di servizi l’opera meritoria di aver “ospitato” Vasco. Vasco e Costanzo, ovviamente, non hanno colpe in tutto ciò se non quella di far parte, come tutti o forse quasi tutti, di un sistema che antepone lucro e business a servizi essenziali dei cittadini. Non riusciamo ad immaginarci gli incolpevoli Vasco e Costanzo rinunciare alle loro prebende per devolverle in servizi per Latina. Non sono i ragazzi di CasaPound che devono supplire le assenze di una amministrazione seppur come detto hanno fatto parzialmente e meritoriamente fanno sulla questione emergenza abitativa per i meno abbienti, ma loro mettono in chiaro quanto tale assenza sia reale e quanto sia imperante il mal costume dello spreco e dell’apparire anche nella nostra città. Nulla di ideologico perché è chiaro che un servizio reso ai cittadini non dovrebbe avere i caratteri ideologici, ma semplicemente quelli del servizio alla comunità e ai quei cittadini che nella comunità hanno meno mezzi a disposizione per assicurarsi una vita equa e dignitosa"

    www.novopress.info

    March 03

    MORTE ALLA RED BULL

    Questa bevanda è in vendita in tutti
    i supermercati del nostro paese.
    I nostri figli e amici, quando
    vogliono, la possono provare..e può essere mortale.

    Red Bull fu creata
    per stimolare il cervello in persone sottoposte a un grande sforzo
    fisico e non per essere consumata come bevanda innocente o
    rinfrescante.

    Red Bull è la bevanda che si commercializza a livello
    mondiale con il suo slogan: 'Aumenta la resistenza fisica, facilita la
    capacita di concentrazione e la velocità di reazione, da più energia e
    migliora lo stato d'animo'. Tutto questo lo puoi trovare in una lattina
    di Red Bull, la bevanda energizzante del millennio (secondo i suoi
    proprietari)

    Red Bull è riuscita ad arrivare in quasi 100 paesi di
    tutto il mondo. La marca del Toro Rosso, ha come principali consumatori
    i giovani e gli sportivi, che la usano per gli stimoli che produce.

    STORIA:
    Questa bevanda fu creata da Dietrich Mteschitz, un imprenditore
    di origini austriache che la scoprì per caso in un viaggio ad Hong
    Kong, quando lavorava per un impresa che fabbricava spazzolini da
    denti.

    Il liquido basato su una formula che contiene caffeina e
    taurina, faceva furore in questo paese; quindi pensò al successo che
    questa bevanda avrebbe avuto in Europa, dove tuttavia non esisteva, e
    in più vide un opportunità di diventare imprenditore.

    PERO' LA VERITA'
    SU QUESTA BEVANDA E' UN ALTRA!!

    In Francia e Danimarca l'hanno appena
    proibita per essere un cocktail di morte, dovuto ai suoi componenti di
    vitamine mischiate a GLUCURONOLACTONE, agente chimico altamente
    pericoloso, sviluppato dal Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti,
    durante gli anni 60 per stimolare il morale delle truppe mandate in
    VIETNAM, il quale era come una droga allucinogena che calmava lo stress
    della guerra. Però i suoi effetti nell'organismo furono devastanti, e
    fu causa di tante emicranie, tumori celebrali e malattie del fegato che
    colpirono i soldati che lo consumarono.

    E oltre a ciò, nella lattina
    di Red Bull si leggono i suoi componenti: GLUCURONALACTONE, catalogato
    come stimolante. Però quello che NON DICE la lattina di Red Bull, sono
    le conseguenze della sua assunzione, che obbligherebbero a aggiungere
    una serie di GRAVI AVVERTENZE:

    1. E pericoloso berlo se poi non si fa
    esercizio fisico, visto che la sua funzione energizzante accelera il
    ritmo cardiaco e può causare INFARTO FULMINANTE.

    2. Può causare
    EMORRAGIE CEREBRALI, dovute al fatto che Red Bull contiene componenti
    che diluiscono il sangue per far si che il cuore lo pompi più
    velocemente, e così poter far uno sforzo fisico con meno fatica.

    3. E
    proibito mischiare la Red Bull con alcolici, perche il risultato è una
    'bomba mortale' che ATTACCA DIRETTAMENTE IL FEGATO, facendo si che la
    zona colpita non si rigeneri mai più.

    4. Uno dei componenti principali
    di Red Bull è la vitamina B12, utilizzata in medicina per recuperare
    pazienti che si trovano in coma etilico (coma causato dal consumo di
    alcool); e per lo stato di eccitazione che si prova dopo averla bevuta,
    come se fossi ubriaco, senza aver bevuto nessuna bevanda alcoolica.



    5. Il consumo regolare di Red Bull provoca la comparsa possibile di una
    serie di malattie nervose e neurologiche irreversibili (non esiste
    recupero!)



    Se leggeste queste indicazioni sulla lattina di una
    bevanda la berreste mai????

    CONCLUSIONE: E' una bevanda che dovrebbe
    essere proibita nel mondo intero. Venezuela, Repubblica Dominicana,
    Puerto Rico e altri paesi dei Caraibi, già stanno allertando le altre
    nazioni, soprattutto perchè il miscuglio di questa bevanda con alcool è
    una bomba per il corpo umano, principalmente per gli adolescenti ma
    anche per adulti.

    Questa bevanda si vende nei supermercati e nei
    negozi del nostro paese quindi non bevetela e dissuadete gli altri dal
    berla specialmente i bambini... può essere MORTALE
    March 02

    L'olocausto sotto i nostri occhi!

    ap_olmert_070430_ms
     
    Israele ha scatenato una serie di attacchi aerei contro la Striscia di Gaza ieri uccidendo 20 persone compresi diversi civili e bambini, e ha avvisato i palestinesi del rischio di un "olocausto" se non cesseranno i lanci di missili in territorio israeliano.

    Nonostante i richiami internazionali alla calma, il bilancio dei morti negli ultimi due giorni è¨ salito fino ad almeno 32 vittime. Tra queste c'è un israeliano, ucciso a Sderot da un missile sparato dall'interno della Striscia, prima vittima di un missile palestinese dal maggio scorso.

    Tra i palestinesi, invece, ci sono anche un neonato e quattro ragazzini che giocavano a calcio e che avevano dai 10 ai 15 anni.

    "Più si intensificheranno i lanci di missili Qassam e i razzi raggiungeranno una gittata più lunga, più i palestinesi porteranno su di loro un olocausto più grande perché useremo tutta la nostra forza per difenderci", ha detto alla radio militare il vice ministro della Difesa israesliano Matan Vilnai.

    Il termine "olocausto" è usato raramente in Israele al di fuori delle discussioni sul genocidio durante la seconda guerra mondiale.

    Gli ultimi scontri rappresentano la fase più sanguinosa di un conflitto a bassa intensità che va avanti da mesi e il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accusato Israele di voler distruggere il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, alla vigilia della visita del Segretario di Stato Condoleezza Rice che arriverà nella regione la prossima settimana.

    Mentre il primo ministro israeliano Ehud Olmert e i suoi ministri hanno rilasciato dichiarazioni contrastanti sulla possibilità di un'imminente offensiva di terra all'interno della Striscia, i residenti di Gaza hanno riferito che alcuni soldati di Gerusalemme hanno compiuto raid su gruppi di case nel sud dei Territori e che dei carri armati sono stati avvistati all'interno del confine settentrionale.

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