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February 07
È estremamente faticoso, noioso, seguire le molte vicende che tutte assieme stanno caratterizzando la cosiddetta politica istituzionale con il suo mondo vile e meschino.
Sono emersi per l’ennesima volta i meccanismi di mala-politica praticati da partiti discendenti dalla defunta Democrazia Cristiana, ovvero UDEUR e UDC, ponendo sotto i riflettori pratiche para-mafiose a discapito di qualsivoglia interesse comunitario (oggi per la verità non si può parlare di alcunché comunità, nemmeno di società, ma solo di aggregazioni di individualità) ma che per la verità rappresentano la ordinaria prassi nel mondo politico borghese, dal nord al sud dell’Italia.
In provincia di Benevento una inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere ha investito la locale “cupola” dell’UDEUR campana, con quasi 30 tra arrestati e indagati, tutti esponenti più o meno rilevanti del suddetto partitino: 19 agli arresti in prigione, 4 ai domiciliari tra cui la moglie dell’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, Sandra Lonardo, che è anche presidente della giunta regionale campana, e vari indagati in stato di libertà tra cui appunto Clemente Mastella. Motivo; la gestione dei concorsi pubblici, le assegnazioni di appalti e di cariche pubbliche importanti, l’assunzione di forza-lavoro nel settore pubblico-amministrativo in base a criteri esclusivamente clientelari, familiari, a discapito di ogni criterio meritocratico: praticamente nella provincia di Benevento e anche nelle altre province campane, l’UDEUR locale, come sicuramente faranno anche gli altri partiti, gestiva, meglio gestisce, la cosa pubblica dando i posti di lavoro e le alte cariche sistemando clienti, gerarchi, amici e familiari dei caporioni del partito, escludendo i meritevoli, arrivando a intimidazioni e ostruzioni nei confronti di primari ospedalieri e dirigenti amministrativi, a loro volta arrivati dove sono per “meriti clientelari”, contrari ad assumere solo i “raccomandati” dai politicanti. La giustificazione unanime in quasi tutto l’arco parlamentare è stata che “così fan tutti”: purtroppo è vero, basta vedere lo schifo di come funzionano i servizi per i quali i lavoratori pagano le tasse più alte in Europa. E a livello mediatico, la tattica perseguita è quella di banalizzare il malcostume politicante agli occhi del popolino, facendolo apparire persino giusto e attraente.
In Sicilia, dove il potere politico è intrecciato dal 1943, con lo sbarco degli invasori angloamericani, alla mafia (ma partitocrazia e mafie non sono 2 cose pressappoco equivalenti?) il presidente della Regione Totò Cuffaro viene condannato per favoreggiamento a 5 anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici: l’accusa è di aver informato dei mafiosi sotto indagine delle intercettazioni che li riguardavano, in pratica di aver fatto la “talpa”. Al processo però è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, prima aveva deciso di non dimettersi, poi si è dimesso. Ma finirà tutto bene con l’agognata assoluzione che arriverà in appello. Come finirà altrettanto bene la vicenda dell’UDEUR campana: qui in Italia quando politicanti e mercanti vengono indagati o processati (processi che il più delle volte si concludono con assoluzione, prescrizione, o al massimo qualche annetto di condizionale affiancato a una multa relativamente piccola per i loro pieni salvadanai), fanno carriera; per un potente la vicenda giudiziaria è proprio il viatico per avanzare di grado e avere più successo; potremmo parlare poi dei tanti politicanti e intellettuali di regime da destra a sinistra, che in gioventù hanno fatto i finti rivoluzionari però commettendo i peggiori crimini e mandando al macello tanta gente in buona fede priva di santi in paradiso, e adesso sono straricchi, riempiono i palinsesti dei programmi televisivi, magari facendo i moralisti. Ma se io scrivendo queste cose commetto senza volerlo qualche reato di opinione, per me sono galera (senza la possibilità, che neppure voglio, di avere la semilibertà del detenuto modello Adriano Sofri) e danni da pagare; potete scommettere che i miei tormenti nessun giornale, nessun rotocalco salottiero televisivo se li filerebbe.
Adesso l’UDEUR, stizzito per un presunto mancato sostegno morale degli ex alleati, assieme ai liberal-democratici diniani, che costituivano fino a pochi giorni fa l’ala più ultra-liberista del centrosinistra, ha tolto la fiducia al governo Prodi, decretandone la caduta. Quasi sicuramente mastelliani, diniani passeranno al centrodestra. La caduta del governo Prodi, tirato per la cinghia da tutta una serie di partiti soprattutto minori espressione di elettorati antitetici tra loro, non è a caso: durante le vacanze natalizie, il Fondo Monetario Internazionale aveva rimproverato al governo di non riuscire a fare tagli “coraggiosi” alla spesa sociale; subito dopo giunse il ricatto di Lamberto Dini, funzionario del FMI, che minacciò il ritiro della fiducia. Adesso con l’aiuto del vittimista Mastella e la defezione di vari senatori a vita, si è arrivati alla caduta del governo Prodi. Quasi certamente gli ordini del FMI e d’altri organismi simili saranno stati determinanti, essi hanno il potere di decidere chi deve governare i paesi occidentali e non solo quelli, piazzano loro agenti col compito di far cadere le legislature se queste non vogliono o non sono capaci di adempiere ai piani della dittatura mondiale tecnocratica. Ma il siluramento del fortemente deludente governo Prodi da parte degli istituti economici internazionali non si spiegherebbe solo con gli insufficienti tagli alla spesa pubblica nella finanziaria 2008: abbiamo visto che tale governo per soddisfare i poteri forti ha fatto tanto, suscitando per questo ed altre valide ragioni il disgusto di molti che l’avevano votato sperando che ponesse un limite alle scelleratezze del precedente governo Berlusconi, dalla distruzione del mondo del lavoro allo smantellamento dello stato sociale, dalla tolleranza per gli speculatori alle leggi fatte apposta per tutelare i politicanti sotto processo per corruttele, e invece il centrosinistra ha perseverato su quella strada, ponendo le condizioni per una progressivo abbandono da parte di segmenti sociali tendenzialmente anti-sistemici; solo se le sinistre estreme o moderate tornano all’opposizione, si possono controllare e tenere a bada quegli strati, riprendendo parole d’ordine anticapitalistiche o anti-corruzione contro un malgoverno di destra, e l’inganno sarà fatto.
Certamente, qualunque sia la soluzione che si presenterà tra pochi mesi, che sia un governo tecnico asservito alle direttive degli istituti mondialisti, o il terzo governo di centrodestra del mega-miliardario massone plebeo-borghese Berlusconi, che molti stupidamente acclameranno come un salvatore della patria compresi svariati pseudo-camerati, o un “Prodi-bis”, rispetterà una legge caratteristica dell’alternanza parlamentare attiva da quando crollò nei primi anni 90 la “prima repubblica”: il successore è sempre peggio del predecessore!
Per ministri, parlamentari, sottosegretari e via discendendo la catena gerarchica, la preoccupazione per cui ci si lagna è quella di dove sistemarsi decaduta la carica in seguito all’esito delle elezioni, soluzione che si trova sempre: poltrona in una autorithy, in una azienda pubblica, e così via. Invece ad affrontare problemi veri senza più avere neppure le lacrime per piangere sono le famiglie degli operai che quotidianamente crepano in fabbriche, cantieri edili, terreni agricoli, diventati delle trappole mortali nell’indifferenza generale di una massa di individualità deboli, le persone che cercano di suicidarsi perché non riescono più a pagare il mutuo per la casa salito vertiginosamente, i parenti delle vittime delle inadempienze di una sanità che garantisce decenza solo negli ospedali privati, le vittime di una violenza sempre più diffusa a cominciare dalle mura domestiche, tratto essenziale del futuro globale.
Per questo la caduta del governo Prodi ne ci dispiace ne ci mette allegria, perché il sistema economico-politico-culturale è sempre in piedi, libero di annientare la nostra vita. Votando l’uno o l’altro si resterà sempre imbottigliati nella prigione sempre più soffocante della dittatura tecnocratica capitalista.
Se si vuole sperare di cambiare qualcosa almeno in una prospettiva di lungo termine, occorre che i cittadini più consapevoli e i membri dei segmenti sociali più bistrattati dal mostro turbo-capitalista si aggreghino per costruire il partito nazional-rivoluzionario, intransigente, coerente, deciso, socialista e antiborghese, dove le qualità che contano saranno il coraggio, la lealtà, la coerenza, la fede nelle idee, l’incorruttibilità, l’immunità ai desideri devianti di ricchezze e carrierismo, dove in pratica sarà predominante chi sarà più degli altri interiormente protetto dal virus del meschino tornaconto personale e dall’avidità di cose materiali. Solo guidati da principi semplici ma sani, saremmo in grado di costruire qualcosa di stabile e giusto.
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Alfredo Ibba
Per altri articoli,commenti o pareri, che si possano considerare utopistici o meno, insurrezionalisti o semplicemente scomodi consiglio il sito www.avanguardia.tv
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| FASCISTI IMMAGINARI”
da www.mirorenzaglia.com
Prendete la destra dalla parte sbagliata e vi troverete, inevitabilmente, nei vicoli ciechi dei cacciatori di teste rosse; degli autoconvocati addetti all’ordine altrui; dei bombaroli ferrovieri istruiti dagli appositi servizi; dei liberi muratori spiritati da geometri materazzari; dei golpisti tutti compresi nei meandri delle loro voglie maniacali di colonnelli e simili alabardieri; degli orditori di trame senza bandolo e senza ma(ta)sse… Godrete (?), così, il panorama macabro che ha fatto di molti stereotipi l’unica verità. E di ogni possibile variante e alternativa un dettaglio insignificante.Cinquant’anni di depistaggi logici (prima che giudiziari) hanno edificato il più grande museo dell’errore a una tribù colpevole, a priori, di essersi assunta la responsabilità della sconfitta in una guerra che, in buona parte, non aveva neanche combattuto (per limiti anagrafici…); a posteriori, di non essersi arresa in massa all’evidenza, tutta storico-progressista, della civiltà che trionfa sulla barbarie e, in mezzo, di domicilio coatto con i residuati di fogna inizialmente descritti…
Chi glielo andava a spiegare agli “Hazet 36, fascista dove sei?” che, “a destra” (?) c’erano (ed erano tanti, anzi: forse, erano i più…) quelli che...:
Le tue lacrime, Jan, le berremo fino in fondo... Quelli che: “Alain Escoffier, Alain Escoffier, Alain Escoffier...” Quelli che: se devi morì, fallo ‘n piedi... Quelli che: se quarcuno ce manda ar cimitero, s’accenne ‘n cero e nun ce se pensa più... Quelli che: “Camerati caduti:..” “PRESENTE” “Son morto nel Katanga / Venivo da Lucera / Avevo 40 anni / E la camicia nera...”
Quelli che: Il nucleare? Mai... Sto con Settembre Nero... Un brindisi alla vittoria del popolo vietnamita... Per un socialismo europeo... A Valle Giulia ce stavo pur’io. E non ero né communista né pulizziotto... E Lama, dall’Universtià, l’hanno buttato fuori l’indiani metropoliani e i fasci: uniti nella lotta...
Noi eravamo quelli che: La vita senza musica è soltanto un errore... Guccini, De Andrè e Gaber bisogna sentilli bene... Il jazz è più fascista di Wagner... Voglio una vita spericolata, come Vasco... “In un mondo che non ci vuole più...”
Noi, che: Ma è proprio vero che ‘sti pariolini so’ fascisti? I comunisti rivoluzionari so’ camerati che sbajano... La socializzazione prima di tutto... Er vero delinquente è chi fonda le banche, no chi le rapina... Ha hatto bene Cristo a prendeli a mazzati i mercanti der tempio... Viva el “Che”: un rivoluzionario, come noi... “Contro Giuda e contro l’oro, sarà il sangue a far la storia...”
Noi che: Porto i ray-ban, e allora? C’ho a certica, ‘mbeh? Nice che dice? Nero è bello Al cuore, Ramon... Occidente, Goodbye Mohammad Alì è dei nostri... A me me sa che Carmelo Bene era fascista... Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare Me ne frego se c’hanno l’aquila imperiale: C’è solo l’A.S. Roma... “Piazza del popolo, noi cantavamo / ed eravamo una sola cosa...”
Eppoi, c’erano pure quelli che: A scuola dallo stregone... Frammenti di un insegnamento sconosciuto... Vado per la via della mano sinistra... Cavalcare la tigre... La magia quale scienza dell’io... La metafisica del sesso E la metafisica del... sasso... “Cerco un centro di gravità permanente...”
Noi, quelli che: La rivoluzione è come il vento... Noi, a mani nude o col martello... Noi, escursioni sotto la pioggia... Noi, al freddo e senza viveri... Fa sì che quello contro cui nulla puoi, nulla possa su di te... Si, noi: Terza Posizione...
Noi, che: “Avevamo quindici anni / correvamo sui cavalli / BANG BANG /di colpo, poi / BANG BANG...” Boia chi molla è il grido di battaglia... Ma, pure: camerata camerata, fregatura assicurata... E, quindi: “Me ne frego della svolta. / La rivolta del ’70, / non l’ho fatta mica a Fiuggi: / stavo a Reggio a non mollar...”
Inoltre, c’erano quelli che: La nostra esperienza c’è servita a misurare il senso, è vero, delle caratteristiche funzionali e strutturali della destra... MADDECHÉ? L’esperienza intellettuale e umana avviata con la composita pattuglia della destra vecchia e nuova era avviata, è vero, a proseguire naturalmente... MADDECHÉ? Proseguimmo insieme la riflessione di un universo di valori che potesse servire, è vero, da antidoto alla tendenza occidentale a vedere la vita come... MADDECHÉ? Ma facce er piacere... E levate de torno!!!
Noi: Siamo tutti RSI Siamo tutti RSI Chi non ha il coraggio di rischiare qualcosa per le proprie opinioni o queste non valgono niente, o non vale niente lui L’unica cultura che riconosco è quella delle idee che diventano azione... Qui l’errore è tutto nel non avere agito. Tutto, nella diffidenza che fece esitare... Ma avere agito, in luogo di non avere agito, questa non è vanità......
Eh, sì... Proprio così... Noi eravamo quelli... NO... Aspetta un attimo Me sa che me sto a sbajà’... Noi... ERAVAMO? NO... Noi SIAMO ancora quelli che: “Dove non si può, passiamo. Dove non si può, lottiamo. Dove non si può, ci siamo. Ancora qui: sul Fronte dell’Essere... Capito?”
Eh...? chi glielo faceva capire agli antifascisti militanti che la realtà antropologica di questa tribù era diversa
dalle superficiali rappresentazioni che più gli convenivano?
Adesso non hanno più alibi: Fascisti immaginari è così documentato (basta scorrere la bibliografia) che chi non prende atto
di aver limitato la propria indagine agli stereotipi più minoritari e sulfurei, o è affetto da cecità congenita o vuole perpetuare senza fine, senza scopo, senza attenuanti il culto della sua ignoranza…
Oddio - diciamola tutta -, la destra ha contribuito del suo a fin ché quegli stereotipi fossero elevati a categoria
dello spirito “laico e democratico”. Tanto da indurre sterminate legioni di guardie della
pulizia etnico-anti-fascista a fare - è proprio il caso di dirlo - di ogni erba un fascio. Racconterò, a tal proposito,
un episodio che mi riguarda. Alla presentazione del mio libro, I rossi e i neri, a Viterbo, qualcuno di un pubblico assai sinistroide,
citandomi addosso il caso Sogno, intese imputare alla mia (?) area ideologica congenite vocazioni golpiste.
Ma molto si sentì spiazzato a l’or ché feci notare come l’atlantista suddetto era, sì, incontestabilmente di destra
ma che, putacaso, era anche medaglia d’oro della resistenza (né più né meno, come chi ha ammazzato Mussolini…): ergo,
apparentabile più a loro che a me. Spiegai, inoltre (ma non so dire con quali risultati…), che la mia specifica costituzione
genetica è stabile attico rivoluzionaria, refrattaria alle frequentazioni di seminterrati comitati di salute pubblica.
Anche (e prego notare i corsivi…) per evitare confusioni di genere, ho sempre rifiutato l’etichetta di “destra” (vecchia o “nuova” che fosse…),
di molto preferendo l’etica del “fascista-di-sinistra-anarchico-e-rivoluzionario”, come mi piacque affibbiarmi negli anni ’70 (e, in fondo in fondo, ancora mi piace…).
Per ciò (ma non solo per ciò…), reputo salutare la pubblicazione di questo gran bazar dell’ideario e del vocabolario neo fascista
che rimette in ordine (alfabetico…) molte cose. E molti luoghi comuni disordina, con il gusto del così è se vi pare e, se vi è parso altrimenti,
guardate che vi siete sbagliati: l’universo neo fascista è al di là dei bastioni di Orione, dove pochi eletti hanno visto cose
che voi umani non potete neanche immaginare… (Uno dei pochi che seppe farlo, e mi dispiace rendere onore
a uno juventino - io, romanista “sul fronte dell’essere” -, è stato Giampiero Mughini con quella trasmissione del dic. ’80: “Nero è bello”,
ricordata anche nel libro… L’occasione, comunque, mi è grata per sfatare il falso mito del fascista romano invariabilmente laziale: maddeché?…).
Come definisce Filippo Ceccarelli nella prefazione, si tratta:
“…della prima seria raffigurazione antropologica di una delle tribù vissute in un tempo che coincide con la Prima Repubblica”.
“Che coincide…”, appunto, ma che non è lo stesso tempo della repubblica seconda
(sic! la prima repubblica italiana post unitaria, infatti, è stata quella delle camicie nere.
Tanto per ribadire un primato che mi è caro, è vero…). Un po’ per fatale e aristocratico rifiuto di apparentamenti ibridi,
e un po’ perché la repubblica anti fascista aveva bisogno di un nemico interno per cementarsi intorno ai suoi valori democratici,
la tribù di cui si tratta scelse di compiere i propri riti in un tempo che a volte interferiva ma, più spesso,
scavalcava o veniva scavalcato da quello ufficiale (e, nelle coincidenze, gli schiaffi si sono sprecati…).
Il tempo di quella tribù era un po’ fuori e un po’ méta; molto libero e abbastanza perso; era anche, pur troppo spesso, quaresimale,
senza per questo rinunciare mai ad essere pure assai carnascialesco. Un mio amico poeta, (tal Giovannini Sandro...)
ebbe a coniare una buona definizione di se stesso: “fascista atemporale” che potrebbe essere estesa a tutta quella tribù più volte in riserva (…anche di parole).
Fascisti immaginari svela, così, una realtà molto più colorata di quanto sia riuscito a vedere chi, guardando dal di fuori la “destra”,
e con il filtro di schermi ideologici assai contrastanti, ha saputo scorgere tutte le sfumature del grigio, fino al nero più profondo,
ma mai altra pigmentazione men che funerea. I colori, invece, c’erano tutti. Rosso compreso
(per quanto, più tonale all’immenso di Brasillach che alle bandiere in tinta sol dell’avvenire).
Per consentire una messa a fuoco corrispondente alle potenzialità dell’iride, Lanna&Rossi hanno dovuto sottrarre quel po’ tanto di pathos che tutto,
ancora una volta, avrebbe ricondotto ai tragici paesaggi che molti di una generazione a perdere hanno scontato con la vita,
“galera od ospedale” (per dirla insieme a Guccini). Oppure, con l’esilio (a proposito: bentornato, Gabriele…).
Bisognava possedere coraggio per scriverlo, questo libro. Erano prevedibili, infatti, critiche interne (alla “destra”) da una parte (la parte di chi ha militato per strada…)
e dall’altra (quella che stazionò, di preferenza, nei più tiepidi ambienti di segreteria e redazione, raccogliendone i frutti…).
Ai primi, potrebbe dolere la rimozione di quell’empito al calor bianco della guerra civile (tale è stata la rivolta degli anni ‘70…),
lasciando trasparire soprattutto il folklore di ragazzi un po’ scavezzacollo più dediti al mito della Via Paal che a quello dell’Alcazar.
Ai secondi, la riproposta, in un momento politicamente inopportuno (?), dei miti e simboli di quell’avventura da cui, loro
(la destra-destra di governo…), si sono chiamati, quasi all’unanimità, irrimediabilmente fuori (tanti rinnovati saluti, è vero…).
In questa chiave, il libro è tutt’altro che impolitico. Avendo assistito personalmente alla sua presentazione,
a Roma, posso assicurare, invece, simpatica e un po’ naturalmente meravigliata accoglienza da parte di centro-sinistri, sinistri-sinistri e comunisti più o meno ex…
Infine, mi scuso con gli autori: ammetto di non aver capito bene se gli “immaginari” del titolo si riferisce ad alcuni (già…)
sedicenti fascisti che in realtà non lo erano (anche se qualche volta hanno fatto finta di esserlo…), o ai (neo…) fascisti creativi
che provavano ad immaginarne un altro (di fascismo, intendo…), senza lasciarsi condizionare
troppo dalle parate coreografiche di quello storico e reale. Credo di potermi riconoscere nella seconda fattispecie.
Nella prima, non avrà difficoltà a farlo chi ha preso a vergognarsi della RSI e i neo apostoli del fascismo “male assoluto”
(a destra-destra si arriva sempre a fare, cinquant’anni dopo, quello che a sinistra hanno fatto cinquant’anni prima…). February 05
| Massimo Fini - Lo scontro tra destra e sinistra non ha senso.
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L'Italia spezzata si intitola l'ultimo libro di Bruno Vespa, gran cerimoniere della politica nostrana.
E in effetti l'apparenza è questa. Da più di dieci anni le classi dirigenti del centrodestra e del centrosinistra
si azzuffano in modo feroce, sono protagoniste di lotte al coltello,
non passa giorno che non si accusino reciprocamente di 'regime',
adesso non si fidano nemmeno più, quasi fossimo un Paese sudamericano,
della regolarità delle elezioni e vanno alla riconta delle schede, c
aso unico nella storia dell'Italia repubblicana e democratica che non si verificò nemmeno in momenti cruciali
come il referendum sulla monarchia e l'aut aut del 1948.
Eppure l'Italia di oggi non ha alcuna ragione di essere 'spezzata'.
Non si tratta di scegliere fra comunismo e il cosiddetto 'mondo libero', fra fascismo e democrazia.
Non ci sono più le Br e il terrorismo rosso, i neofascisti sono ridotti a minigruppuscoli patetici.
La sinistra, anche quella radicale, ha accettato il libero mercato .
Nessuno mette in discussione che il modello di sviluppo occidentale, industrialista, tecnologico, economicista,
asato sul meccanismo produzione-consumo, sia, pur con tutti i suoi difetti, 'il migliore dei mondi possibili'.
In politica economica le diversità delle scelte si riducono a sfumature, perchè i margini di manovra del governo,
di qualsiasi governo, sono ridotti al minimo dipendendo da fattori globali totalmente
fuori dal controllo di un singolo Paese.
Attualmente, avendo le classi dirigenti degli Anni Ottanta
(che avevano come uomini di punta l'esule di Hammamet,
il 'martire' Andreotti, il 'Dottor Sottile' tuttora in pista) fatto una dissennata
politica di dissipazione delle risorse collettive
che ci ha portato ad accumulare un enorme debito pubblico,
la sola cosa che si può fare è quella di sempre:
tosare ulteriormente il ceto medio. Perchè solo qui c'è ancora un pò di 'trippa per gatti',
poichè i grandi patrimoni hanno
sempre avuto la possibilità di svicolare e ancor più ce l'hanno oggi,
in epoca di integrazione economica mondiale,
con le società 'off shore' totalmente fuori controllo, mentre i poveri
sono poveri e non si può cavar sangue dalle rape.
In politica estera sia la destra che la sinistra sono atlantiste e nessuno si sogna di mettere in discussione l'alleanza
con l'America e nemmeno la Nato. Da noi persino il movimento No Global si è rapidamente trasformato in un New Global,
nell'idea cioè che il modello di sviluppo occidentale, sia pur un pò umanizzato, debba essere esportato in tutto il mondo,
con i suoi schemi mentali, la sua concezione dei diritti individuali, dichiarati, poichè sono i nostri, universali
le sue istituzioni, la sua democrazia.
E allora perchè questo clima da guerra civile in italia, quando per il cittadino comune che governi la destra o la sinistra
non cambia nulla come hanno ampiamente dimostrato le varie 'alternanze' dal 1994 in poi.
Qualcuno può ragionevolmente sostenere che sia migliorato qualcosa, nella sua vita, col governo Prodi?
Son la stessa cosa. Le indecorose zuffe fra destra e sinistra cui, sempre più stanchi e schifati, assistiamo quotidianamente
non son che lotte per il potere fra oligarchi all'interno di una classe di privilegiati - l'unica vera classe rimasta su piazza - quella politica,
con i suoi adentellati economici e mediatici, il cui interesse primario oltre a quello di spartirsi il bottino,
è di autotutelarsi come abbiamo visto fare mille volte. Sono costoro che giocano la vera partita.
Noialtri, tutti, non siamo che spettatori. E se sugli spalti, o in piazza, c'è chi parteggia con passione per la destra o per la sinistra,
non lo fa per ragioni concrete, di contenuto, ma per motivi irrazionali e sentimentali per cui si tifa Milan o Inter, Roma o Lazio,
Verona o Chievo.
Massimo Fini
Quanto mi dispiace ammettere la verdicità di certe considerazioni:
l'italia in fondo non ha mai abbandonato la DC, la prima repubblica,
il servilismo politico.
Semplicemente s'è adeguata ad esso, mascherandolo,
cambiandone aggettivi, ed esso s'è intrufolato furtivo all'interno
dei movimenti politici, anche i più reazionari o anti-sistema: vedi la fine
che sta facendo AN (entriamo nel PPE!!) o rifondazione,
che sventola orgogliosa la bandiera d'Israele.
E intanto che fine hanno fatto parole come precariato,
giovane o casa? Ai posteri l'ardua sentenza...
Male che vada una nuova guerra nucleare ci eviterà
di assistere al disastro del paese!!
Nickdux
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(ANSA) - ROMA, 4 FEB - Assolto dalla II corte di Appello di
Roma l'ex esponente dei Nar Luigi Ciavardini dall'accusa di
rapina 'per non aver commesso il fatto'. Ciavardini era
stato condannato, nel febbraio scorso, a 7 anni e 4 mesi di
reclusione perche' ritenuto responsabile della rapina
compiuta il 15 settembre 2005 all'agenzia della Unicredit
nel quartiere Balduina, a Roma. Ciavardini e' attualmente
detenuto nel carcere di Poggioreale dove sta scontando una
condanna a 30 anni in relazione alla strage di Bologna. La richiesta è la medesima: LUIGI LIBERO!!!
| February 04
COS'E' IL SIGNORAGGIO
di Sandro Pascucci
Il signoraggio è una truffa monetaria
e psicologica a cui tutti noi siamo soggetti.
Questa truffa si nasconde e si potenzia dietro
una cortina di silenzio e di morte
e ha attraversato gli ultimi 300 anni
senza lasciar trapelare nulla della propria esistenza.
Si usa dire che “il più grande inganno del diavolo sia stato far credere
all’umanità che lui non esiste” ed è proprio grazie a questa diabolica
tecnica che il signoraggio è padrone del mondo ma in maniera trasparente
per tutti noi.
Non sentirai mai parlare di signoraggio in TV o sui libri, nessun cantante
ci farà mai una canzone né un comico uno spettacolo. I politici non
litigheranno mai per il signoraggio e non vedrai mai la Guardia di Finanza
arrestare qualcuno per quest’argomento.
Il signoraggio è il massimo potere del pianeta e tutti noi ne siamo
schiavi.
Tecnicamente il signoraggio è il lucro che si genera dal creare moneta.
La legislatura internazionale prevede attualmente che siano le Banche
Centrali a creare moneta, sia contante che scritturale.
Un esempio chiarirà il meccanismo:
creare una moneta (sia essa di carta, in metallo o virtuale come un c/c)
ha dei costi, dovuti alla materia prima, alla manodopera e ai servizi
necessari di contorno, come la distribuzione, le tecniche
anticontraffazione, etc..
Il costo maggiore è il materiale di cui è composta la moneta, e l’insieme
di tutti i vari costi su indicati vanno a determinare il suo VALORE
INTRINSECO.
La moneta però riporta sulla facciata un numero che indica un altro
valore:
il VALORE NOMINALE (o, per l’appunto, DI FACCIATA o anche LEGALE).
I due valori (intrinseco e nominale) differiscono tra loro e la loro
differenza determina quello che si chiama SIGNORAGGIO, ossia il guadagno
che ha chi ha creato quella moneta.
Ovviamente chi crea moneta tende a segnare un valore nominale più alto
possibile rispetto al valore intrinseco, altrimenti ci rimette.
Avviene ad esempio nelle monetine da 1 centesimo poiché per farle occorre
spendere 15 centesimi.
Ora vediamo ciò che avviene nella creazione della moneta-oro e della
moneta-carta.
Anticamente le monete metalliche erano in oro e quindi con un valore
intrinseco piuttosto alto. Il “signore” che coniava queste monete
imprimeva loro un valore nominale più alto per poterci guadagnare e
permettersi così un “aggio” economico notevole.
Infatti questo Potente riceveva l’oro dai commercianti con la richiesta di
convertirlo in moneta sonante e semplicemente metteva la sua effige per
GARANTIRE la bontà del pezzo da lui creato (coniato). Era una sorta di
garanzia e per questo aveva il suo guadagno.
Ad esempio con 9 grammi d’oro si poteva coniare una moneta e dire che era
da 10 gr. d’oro (ma in realtà composta da 9 gr. d’oro + 1 gr. di metallo
non nobile). La differenza tra valore nominale (10) e valore intrinseco
(9) era il signoraggio (un grammo d’oro per moneta).
Verosimilmente l’operazione poteva essere eseguita dal Signore anche
coniando 10 monete impiegando realmente 10 gr. d'oro per ogni pezzo ma
trattenendone una come compenso, sempre del 10% di lucro si trattava!
Quando all’oro si è sostituita la carta il discorso è peggiorato (per noi)
e il signoraggio è arrivato a quasi il 100%
Infatti per stampare una banconota da 5 euro o una da 500 euro bastano 30
centesimi di euro e consideriamo anche che tale banconota non è più legata
all’oro (non ha più ‘copertura’ e non è più ‘convertibile’). Questo vuol
dire che il Signore moderno, ossia chi oggi CREA moneta (ad esempio la BCE
in Europa o la Federal Reserve negli USA) ha un potere enorme. Infatti
questi organi privati (tutte le Banche Centrali sono private) possono
ricattare o comunque influenzare intere Nazioni.
Basti pensare che la Banca Mondiale (di proprietà della Federal Reserve e
della Banca d’Inghilterra, a loro volta tutt’e due private e padrone anche
del Fondo Monetario Internazionale) nega prestiti a quei Paesi che NON
ACCETTANO di privatizzare il settore dell’acqua potabile! E questo è solo
un esempio.
Chi ha ben capito il meccanismo del signoraggio ora avrà anche compreso
che ELIMINARE la banconota è un’azione PEGGIORATIVA in quanto sparisce,
per le Signore Banche, il ‘costo’ e aumenta al 100% il signoraggio sulla
moneta elettronica. Inoltre la moneta è sottoposta ad un interesse (ad.
es. 3%) che fa lievitare il debito dei Cittadini di un Paese sovrano oltre
il valore nominale della moneta stessa! In pratica una moneta (banconota)
da 100 euro costa al cittadino 103 euro e al Banchiere solo 30 centesimi.
Questo è il signoraggio.
Si potrebbe ovviare a tutto ciò in un modo molto semplice: basterebbe
infatti che lo Stato, finalmente Sovrano, emettesse moneta senza debito,
come fa, ad esempio, con le monete metalliche (naturalmente quelle con
valore nominale maggiore del valore intrinseco, ad esempio i pezzi da 50
centesimi, 1 e 2 euro). I più smaliziati avranno capito ora la presa in
giro del defunto governatore DUISENBERG nei confronti di TREMONTI quando
quest'ultimo chiedeva di sostituire le monete metalliche da 1 e 2 euro con
banconote di pari valore e l'ex governatore (morto in circostanze
misteriose) rispose dicendo: "Ma il sig. Tremonti sa che così facendo il
suo Paese perderebbe il diritto di signoraggio sulla massa di denaro
sostituita?".
Dal momento che la banconota non ha un corrispettivo in oro (le banconote
sono convertibili in dollari USA ma dal 1971 il Dollaro USA non è più
convertibile in oro) non c’è ragione che ad emetterla sia una entità
privata né tanto meno che questa entità abbia un monopolio su tale
emissione. Inoltre le spese per servire questo prestito (interesse)
sarebbero evitate e lo Stato, ovvero tutti noi, avrebbe la REALE autonomia
di gestione del Paese.
Chi teme che lo Stato possa in qualche modo iniziare a stampare moneta
fuori misura e fuori controllo è una persona che non ha fiducia nello
Stato.
Sappiamo bene che i politici nostrani sono collusi con ogni interesse
immaginabile (banche, petrolio, armi, droga, prostituzione ecc..) ma la
domanda che dobbiamo porci è molto semplice:
Perché un politico dovrebbe RIFIUTARE la responsabilità di creare denaro
per il popolo?
Se egli è onesto non ci dovrebbero essere problemi poiché opererà secondo
ETICA e REGOLE corrette e democratiche. Solo un politico disonesto, con un
ultimo barlume di sincerità dirà: “No, guarda.. non darmi questa stampante
in mano perché mi conosco e mi stamperei montagne di soldi per me e i miei
amichetti!”.
Fortunatamente in questo caso la soluzione è semplice: si ringrazia e si
manda a casa l’individuo prima che possa fare, per sua stessa ammissione,
dei danni terribili.
L’ultimo caso è che il politico sia effettivamente disonesto...
Ma se è disonesto perché dovrebbe rifiutare una così ghiotta occasione?
Non per remore morali in quanto abbiamo detto che è già disonesto.
Se non lo fosse (disonesto) accetterebbe subito la stampante e si
comporterebbe come i tanto decantati Governatori di una qualsiasi e
privatissima Banca Centrale, ai quali è riconosciuta stima e saggezza
fuori dall’ordinario e notoriamente operano secondo il bene della
Comunità.
Enaudi ebbe a dire:”Alla scarsità dell’oro si è sostituita la saggezza del
governatore [della Banca Centrale, n.d.A.]” (sic!).
Ma allora un ladro perché non ruba? Forse perché c’è un pezzo grosso molto
più potente di lui? Forse c’è un’entità che NON VUOLE dargli la stampante
e far si che si crei denaro per il popolo (pur con il rischio di ruberie
politiche)? E questa entità superiore è onesta? Se così fosse DOVREMMO
IMMEDIATAMENTE cedergli ogni potere, poiché saprebbe ben governarci, di
sicuro meglio del politico di cui sopra, o no? E se fosse invece disonesta
perché ha in mano la stampante e affama il popolo facendolo vivere in un
regime di anemia finanziaria? E questa entità superiore disonesta tanto,
anzi più, del politico chi è se non Il Grasso Bankiere©?
E’ evidente che il politico NON VUOLE E NON PUO’ prendere la stampante in
nome del popolo perché i banchieri privati internazionali NON LO
PERMETTERANNO MAI.
Eleggiamo persone che sono sponsorizzate dai banchieri e che quindi non
opereranno mai in un’ottica popolare ma sempre a vantaggio dei loro VERI
DATORI di lavoro.
E’ pur vero che solo POLITICAMENTE si potranno invertire le cose ma per
far ciò occorre la CONSAPEVOLEZZA di una grande fetta della popolazione,
che sia informata, cosciente e motivata ad operare un RADICALE CAMBIAMENTO
NELLA SCENA POLITICA.
A tal fine questo articolo deve essere divulgato presso il Popolo tutto,
assieme ad altri scritti, libri, manifestazioni e dibattiti pubblici che
spieghino quale sia LO VERO MALE DELLO MONNO e le soluzioni terribili e
dolorose che si dovranno presto adottare per non cadere nel baratro.
In un prossimo articolo approfondiremo aspetti importanti della questione
e chiuderemo in un terzo articolo parlando di Riserva Frazionaria, altra
truffa questa, vera responsabile dell’Inflazione e del potere delle Banche
Commerciali che creano denaro dal nulla tramite i Conti Correnti che ci
obbligano oggi ad avere.
February 03
«…eppure giorno verrà in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale».
Nicola Bombacci
Nicola Bombacci (Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 – Dongo, 28 aprile1945) nasce socialista e muore mani in tasca e sorriso sereno, gridando: “Viva Mussolini... Viva il socialismo...”. Nel frattempo, fra la nascita e la morte per fucilazione, compie un tragitto che solo occhi fuorviati da mal fedeli interpretazioni possono considerare incoerente.Da socialista, sposa la causa delle masse proletarie vessate dall’insorgente capitalismo industriale e dalla cancrena dei latifondisti terrieri, fino a diventare segretario del Partito socialista nel 1918...
Da socialista deluso e fuoriuscito, è tra i fondatori, con Gramsci e Bordiga, del Partito comunista d’Italia, nel 1921.Come comunista non dogmatico si alza dal suo scranno parlamentare, lui onorevole del P.C.d’I., per plaudire l’iniziativa, colà annunciata dal suo vecchio sodale socialista, ora capo del governo di coalizione, Benito Mussolini, circa l’intenzione italiana, di riconoscere (prima a farlo nel mondo) lo stato della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Guadagnandosi, il Bombacci, gli sguardi storti e ottusi dei suoi compagni di partito...
Emarginato per questa sua presa di posizione dal P.C. d’I, poi riammesso per intervento diretto di Lenin, indi, definitivamente espulso, rimane ai margini della vita politica italiana godendo, peraltro, (durante tutto il Ventennio...) dell’amicizia, della protezione e della solidarietà (anche in casi di stretta problematica privata...) del suo ex compagno socialista, ormai realizzato duce d’Italia e del fascismo.
Nell’ epilogo della Seconda guerra mondiale e del fascismo coglie l’attimo, contingentemente infausto ma epicamente unico, della prima, e a tutt’oggi sola, “Repubblica” che volle definirsi “sociale” (oltreché: “italiana”...).
Non scrive materialmente il decreto legge della “socializzazione delle imprese” (D.L. 375/1944), che ad altri è dovuto (Manlio Sargenti e Angelo Tarchi, in primis...), ma ne diventa l’indiscusso “apostolo”, scendendo in piazza, nel pieno corso degli eventi bellici, tra gli operai che ancora ne riconoscono l’adamantina fede proletaria, suscitando entusiasmo nelle decine di migliaia di lavoratori, plaudenti auditori dei suoi infiammati discorsi dove, tra l’altro, e si era già nel marzo del 1945 (comizio di Genova: 30.000 presenti, stando alle cronache del tempo mai disdette......), afferma:
“Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai”.
A partita bellica ormai conclusa, segue il duce nell’ultimo tragitto: dalla Prefettura di Milano a Dongo e, da qui, a Piazzale Loreto dove, con gli altri, contempla a testa in giù il sovvertimento totale della verità... Titolo, questo: “La verità”, della sua ultima impresa giornalistica, traduzione italica della sovietica “Pravda”.
Questo articolo non l'ho scritto io ma una delle persone a cui sono più vicino idealmente: Milo Renzaglia
Vorrei dedicarloai miei amici camerati che si proclamano fascisti guardando con ammirazione il nazismo: avevo intenzione di scrivere qualcosa a proposito ma ho poi scoperto che il buon Milo mi aveva preceduto. . . . .
Nickdux
Non sono nazista perché, da che mondo è mondo, gli originali sono preferibili alle copie. Per cui, non trovo ragione di entusiasmarmi per il ricalco nazista piuttosto che per la matrice fascista.
Non sono nazista perché il fondamento ideologico del nazionalsocialismo è la supremazia della razza ariano-germanica. E io, anche se non sono un egualitarista, oltre a non credere alle supremazie biologiche, penso che il fondamento ideologico di un movimento di massa debba essere la ricerca della maggiore giustizia sociale del popolo senza distinzione di classe, razza e religione delle sue genti... Mi si obietterà che anche Mussolini varò una normativa razziale. Ed è vero. Ma a parte che io considero quella normativa l’unico errore commesso dal fascismo, sfido chiunque a provare che essa fosse, non pretendo “il” ma almeno, “un” suo fondamento ideologico.
Non sono nazista, anche se riconosco che in soli sei anni, imitando (bene) la politica sociale del fascismo (aggiungendoci di suo una formidabile economia di guerra, cosa estranea al fascismo), Hitler seppe fare di una nazione allo stremo, uno stato moderno e potente. Ma, appunto: per imitazione, non per genio suo...
Non sono nazista perché, a parte le parate, esteticamente belle (bisogna ammetterlo), il nazismo non seppe produrre nulla di artisticamente valido. Preferendo, per esempio, gli idilli campestri, tutto "rose nuziali e robusti contadini" di un Hans Bauman, all' "arte degenerata" (così fu definita) di un Gottfried Benn... Costringendo quest'ultimo al silenzio...
Non sono nazista perché non riconosco a Hitler nemmeno il suo leggendario genio militare: non si aprono fronti a oriente senza aver prima chiuso quelli a occidente. Non sono un espertissimo in strategie militari, ma questo è l’abc persino di uno scontro di piazza...
Non sono nazista perché il disegno continentale di Hitler non era europeista ma pangermanista... E, se permettete, c’è una bella differenza. Mi si obietterà che nemmeno Mussolini fosse un europeista convinto. E io vi risponderò che è vero ma che è altrettanto vero che non coltivasse idee di dominio panitaliche sull’Europa tutta.
Non sono nazista perché un’intera colonna motorizzata ed armata della Wermacht, pur di portare a casa la pelle, consegnò il duce a una banda di partigiani, senza sparare neanche un colpo di rivoltella in sua difesa. Alla faccia della fedeltà, dell’onore e dell’eroismo...
Non sono nazista perché, nonostante lo sbandieratissimo spirito indomito del combattente tedesco, alla fine, a difendere il bunker rimasero francesi e finlandesi. Mi si dirà che gli italiani con Mussolini hanno fatto anche peggio. Ed è vero: i valorosissimi marò della X rimasero ferreamente consegnati nella loro caserma, a due passi da Piazzale Loreto, mentre le iene danzavano con la bava alla bocca intorno all’appeso a testa in giù. Ma il Principe Borghese - lo sanno tutti - era di destra. Né più e né meno dei Von che cercarono di far saltare per aria Hitler... February 02
DI ELLEN HODGSON BROWN Global Research
Nell’ultima escalation di tensione con l’Iran del 5 gennaio cinque navi da pattuglia iraniane hanno circondato 3 navi americane nello stretto di Hormuz, arrivando fino a ben 200 metri . Una voce con un forte accento ha detto quindi in inglese: “Sto venendo da voi, esploderete in un paio di minuti”. Le navi americane erano pronte già a colpire, quando le navi pattuglia iraniane fecero marcia indietro. Questa è la versione del Pentagono, ma gli iraniani hanno chiesto da dove arrivasse la voce minacciosa, e gli ufficiali americani hanno ammesso di non essere in grado di confermare che quella voce provenisse direttamente dall’equipaggio iraniano. Hanno anche ammesso che la voce e il filmato erano stati registrati separatamente, il che si aggiunge alle circostanze misteriose.
Gli osservatori scettici potrebbero pensare che le due nazioni erano state spinte verso la terza guerra mondiale, oppure che qualcuno stesse cercando di convincere gli spettatori americani che l’Iran era ancora senza dubbio una minaccia, nonostante le scoperte del National Intelligence Estimate (NIE), il quale ha dimostrato che il paese non sta prendendo parte a un programma di armamenti nucleari, come era stato precedentemente dichiarato. L’8 gennaio scorso, il presidente George W. Bush, prima di partire per la sua visita in Medio Oriente, ha riferito al quotidiano israeliano Yediot Ahronot: “Uno dei motivi per cui sto andando in Medio Oriente è il desiderio di chiarire, senza ombra di dubbio, alle nazioni che si trovano in quella parte del mondo che noi consideriamo l’Iran una minaccia, e che in nessun modo la NIE l’attenua”. Il repubblicano Ron Paul (R-TX) in un recente telegiornale sulla rete MSNBC ha detto che c’è ancora una “grande possibilità” di un’azione nucleare contro l’Iran. Si è solamente spostato l’obiettivo dagli impianti nucleari alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che è stata dichiarata un’organizzazione terroristica. Paul ha detto “Ci sono ancora diversi neoconservatori che vogliono perseguire l’Iran anche sotto queste condizioni non credibili”.
La domanda è: ”Perché?”.
Una teoria diffusa sostiene che l’impulso alla guerra riguarda esclusivamente il petrolio; ma molti altri paesi hanno il petrolio, e di solito non li invadiamo per ottenere le loro risorse. Perché andare in guerra per il petrolio iraniano quando possiamo semplicemente comprarlo?
Un’altra teoria sostiene che la dimostrazione di forza riguarda la difesa del dollaro. L’Iran minaccia di aprire la propria borsa petrolifera, e sta già vendendo la maggior parte del suo petrolio in monete non-dollaro. L’Iran ha interrotto il controllo del petrodollaro imposto negli anni ’70, quando l’OPEC fece un accordo con gli Stati Uniti per vendere il petrolio solo in dollari americani. Ma come ha sottolineato William Engdahl in un editoriale del marzo 2006, l’Iran non è il solo a desiderare di abbandonare il dollaro come valuta per il petrolio, e fin dagli anni ’90 la guerra con l’Iran era tra le opzioni della strategia americana per il Grande Medio Oriente, ben prima che l’Iran minacciasse di aprire la sua borsa petrolifera.
La strategia del Grande Medio Oriente
… forse i piani di questo programma contengono al loro interno alcuni indizi? L’Iran era l’obiettivo del famigerato saggio politico intitolato “Ricostruire le difese dell’America” e pubblicato dal PNAC (Project for a New American Century) nel 2000. Il documento era basato su un precedente progetto chiamato “Un taglio netto: la nuova strategia per rendere il regno sicuro”, preparato per il primo ministro israeliano Netanyahu nel 1996. Nel sommario per il direttivo del PNAC del maggio 2005, il professor Michel Chossudovsky descrisse il PNAC come un gruppo di esperti neo-conservatori, collegato all’establishment della Difesa e Intelligence americana, al partito repubblicano e al potente Council on Foreign Relations (Consiglio per le relazioni con l’estero), che gioca un ruolo importante nel formulare la politica estera degli Stati Uniti. Nel saggio “Ricostruire le difese dell’America” il PNAC richiedeva “l’imposizione diretta di ‘basi avanzate’ americane in tutta l’Asia Centrale e nel Medio Oriente, con lo scopo di assicurarsi il dominio economico mondiale, strangolando qualsiasi potenziale rivale o le eventuali alternative alla visione americana di un’economia di libero mercato”.
Questo articolo che riporto consolida fortemente le già citate tesi riguardo l'influenza dello stato d'Israele sulla politica estera statuniense...
Dovremo prepararci quindi ad almeno un altro decennio di "missioni di pace", esportando la nostra civile democrazia occidentale noi, povera Europa, serva degli Stati Uniti ma soprattutto serva d'Israele!!!
Nickdux
10 Ottobre 2003: durante la cerimonia di inaugurazione del Piazzale Martiri delle Foibe a Marghera (Ve), quella che doveva essere una pacifica a e doverosa commemorazione si è trasformata in una violenta guerriglia urbana: un gruppo di una cinquantina di appartenenti ai centri sociali ha aggredito una ventina di ragazzi di Azione giovani che si stavano recando alla cerimonia. Un attacco talmente violento da mandare al pronto soccorso cinque ragazzi di Ag, un dei quali con prognosi di quaranta giorni per la frattura della mandibola. Spero che le cose, dopo l'istaurazione della giornata del ricordo, comincino a migliorare, poichè non è sano per un paese come l'Italia, dimenticare un genocidio così obbrobrioso, magari sputando sulle tombe o, come fece l'"onorevole"storico Vaccarino, magari asserire come Bassovizza fosse una miniera di carbone frequente meta di suicidi.Io personalmente mi sono rotto, sentendomi dire magari che in fondo, un fascista morto è pur sempre una feccia in meno...
Onore quindi al compagno Tito che, di queste feccie, ne ha fatte fuori almeno 30000, solo perchè italiani! Diciamo basta, magari esibendo il tricolore alla finestra, ricordandoci chi siamo e da dove veniamo!
Nickdux

February 01 La notte dei non conteggiati: come far sparire tre milioni di voti

Le e-mail ed il loro contenuto non avrebbero alcun significato, se voi non conosceste alcuni dei misteri sullo stile elettorale statunitense. Innanzitutto, considerate l'esito degli exit-poll della CNN in Ohio, appena dopo la mezzanotte, al termine della giornata elettorale. Mostravano Kerry in vantaggio su Bush, fra le elettrici, del 53 % contro il 47 %, e fra gli elettori, del 51 % contro il 49 %. E allora ecco la vostra domanda: quale terzo sesso ha conferito la vittoria, in Ohio, a Bush, consegnandogli la Casa Bianca? Risposta: il Non Conteggiato. In Ohio c'erano 153.237 schede semplicemente buttate via, molto più del margine di vittoria di Bush. Nel New Mexico i voti non conteggiati erano cinque volte superiori all'esiguo margine di vittoria di Bush di 5.988 voti. In Iowa,il trionfo di Bush per 13.498 voti era soverchiato dai 36.811 voti contestati. In tutto, ci sono più di tre milioni di voti scrutinati ma non conteggiati nelle elezioni presidenziali del 2004. La stima ufficiale è di molto inferiore (1.855.827 voti contestati, riportato dalla Commissione d'Assistenza Elettorale del governo federale). Ma i calcoli hanno trascurato i dati di molte città o di stati interi, troppo imbarazzate per riportare i voti non conteggiati. Correggendo la sotto-stima del sotto-conteggio, il numero di voti non conteggiati va a 3.600.380. E ce ne saranno certamente molti altri che non abbiamo potuto verificare. Perché il vostro governo non ve ne ha parlato? Hey,lo ha fatto. Nero su bianco, in un comunicato dell'ufficio federale del Census, pubblicato sette mesi dopo le elezioni, in una nota a margine sul rapporto della tornata elettorale. Il calcolo dei votanti del Census "si discosta" dal numero di schede vidimate dalla Segreteria della Casa dei Rappresentanti per la competizione elettorale alla presidenza del 2004, di 3,4 milioni di voti. Questo è il conteggio celato che, ad eccezione della sommessa nota a margine del rapporto del Census, non è mai stato reso pubblico. Sfortunatamente, non è tutto. In aggiunta ai tre milioni di schede non conteggiate a causa di "inconvenienti" tecnici, altri milioni vennero dispersi perché fu impedito agli elettori di imbucare le schede nelle urne. Questo gruppo di non voto include elettori illegalmente rifiutati alla registrazione, o erroneamente estromessi dai registri. Fra le bizzarrie elettorali, la maggior parte di questi voti viene definita "scarto". Lo "scarto", non gli elettori, ha eletto il nostro presidente. Joe Stalin, ci insegna la storia, disse: "Non è la gente che vota a contare, ma chi conta i voti". Se questo poteva essere vero nella vecchia Unione Sovietica, negli USA il gioco è molto, molto più sottile: Colui il quale si assicura che i voti non vengano conteggiati decide i nostri vincitori. Nella competizione elettorale del 2004, milioni di Statunitensi, non senza ragione, temevano che i terminali computerizzati per il voto, le "scatole nere", potessero far rimbalzare il voto da John Kerry a George Bush. Desolate immagini di un hacker geniale e diabolico nel bunker di Dick Cheney, che riscrive codici e falsa i conteggi. Ma non è andata così. Lo spauracchio dei computer era il diversivo usato dai prestigiatori per distrarre la vostra attenzione dalle loro mani. Le nuove scatole nere hanno giocato il loro ruolo, sebbene secondario, ma il significato principale dell'enorme quantità di schede annullate, soprattutto quelle di poveri e neri, non vi fu spiegato, non vi fu reso noto, e, cosa più importante, non venne corretto ed è pronto a ripresentarsi in grande scala nel 2008. Andai a dormire,la notte delle elezioni, con gli exit poll che davano Kerry vincente anche negli stati traballanti. Ma fra l'1:05 di notte e le 6:41 del mattino seguente,i folletti si erano messi al lavoro. Dalle prime ore del giorno,gli exit poll delle reti televisive, per l'Ohio, mostravano Kerry battuto da Bush fra le donne,e addirittura sotto di 5% fra gli uomini. Cos'era successo? C'erano centinaia di elettori di Bush rinchiusi nelle cabine elettorali,e liberati alle due di notte, che reclamavano la loro scelta? Certo che no. Le società d'indagine delle televisioni applicarono un fantasioso algoritmo,la bacchetta magica del matematico, per avvicinare le proiezioni ai dati ufficiali. E c'è di peggio. Per manipolare deliberatamente gli exit poll, i network soffocarono la voce che voleva segnalare l'enorme errore nel conteggio dei voti. Cercando un democratico che difendesse la zona d'ombra fra gli exit poll e le stime "ufficiali", i media incapparono in Dick Morris, il vecchio consigliere di Bill Clinton. Un esperto nel camminare sul filo sottile che separa la criminalità di second'ordine e l'ambizione psicopatica, Morris sa in quale direzione soffia il vento del suo prossimo cliente. Morris disse: "Gli exit poll sono quasi sempre veritieri. Sono tanto attendibili le interviste fatte all'uscita dai seggi agli elettori, che molti paesi del terzo mondo li interpretano come indicatori dell'onestà dell'elezione stessa. Non si è mai sentito dire di exit poll distorte. Ma dimenticare sei seggi,è addirittura incredibile". La premessa era promettente, ma poi ritornò il vero Morris: "E' inammissibile che gli addetti alle rilevazioni siano così incompetenti, e ciò favorisce la speculazione sul dubbio che possa trattarsi più che di un onesto errore". Allora, Dick, ci stai dicendo che una setta satanica composta da sei addetti agli exit poll, che nemmeno si piacevano l'un l'altro, aveva cospirato nella notte buia per far apparire Bush un ladro di voti. C'è un'altra spiegazione: Kerry ha vinto. Abbiamo il corpo (l'elezione ferita), abbiamo i fori dei proiettili (i voti persi), allora dove sono le pistole fumanti? Come ha fatto sparire quei voti il Partito Repubblicano? E perché lo spoglio delle schede dei democratici era pronto molto prima di quello dei repubblicani? Come è stato fatto? Ma il piccolo Bill O'Reilly [famoso giornalista Usa, ndt] nelle vostre teste sta urlando: Facciamola finita; Muoviamoci, oramai. Ciò che testarono nel 2000 e attuarono nel 2004, sono pronti a far esplodere nel grande appuntamento del 2008. Greg Palast Fonte: http://www.gregpalast.com/
La traduzione è di Selene Militello
Ma qual'è il sottile filo di lana che unisce i due futuri candidati presidenti?
Perchè Kerry nella campagna elettorale non ha nemmeno accennato alla montatura repubblicana delle armi di distruzione di massa?
Perchè non ha denunciato i chiari (ALTRO CHE PRODI-BERLUSCONI) brogli elettorali?
UNA SOLUZIONE CHIARA E CONCISA MA POCO EDIFICABILE PER NOI "DEMOCRATICI E CIVILI" OCCIDENTALI SI TROVA NEL CAMPUS DELL'UNIVERSITà DI YEHIL, LA STESSA FREQUENTATA DA BUSH, KERRY E FORTEMENTE LEGATA ALL'UNIVERSITA' DI GEDDA, FREQUENTATA INVECE DA OSAMA BIN LADEN.
LA RISPOSTA STA NELLA LOGGIA CHE CONTROLLA IL BUON 80% DEI CAMPUS STATUNITENSI: GLI SKULL N' BONES
NATURALMENTE SENZA VOLER COMUNQUE ESCLUDERE LE FORTI PRESSIONI DELLA MOSSAD E DELLE LOBBY EBRAICHE (QUELLE CI SONO SEMPRE)
L'INVITO è SEMPRE E COMUNQUE QUELLO DI APRIRE GLI OCCHI SVEGLIANDOCI DAL TORPORE CHE CI IMPONE LA SOCIETA' CONSUMISTA E FILOSIONISTA CHE HA COME FULCRO IL PATTO ATLANTICO.
NICKDUX
Nella notte tra 15 e 16 aprile del 1973 5 litri di benzina vengono buttati dentro
l'abitazione di Mario Mattei, segretario della sezione di Primavalle del MSI ("Giarabub") e
viene appiccato il fuoco. Divampa un incendio. Muoiono bruciati vivi dal rogo due dei
figli di Mattei: Virgilio (22 anni) e Stefano (8 anni). Rimane a testimonianza una foto dei
due ragazzini che cercano la salvezza sul terrazzino, il secondo aggrappato alle gambe
del fratello maggiore.
Sul selciato del cortile del palazzo viene trovato una sorta di “cartello di
rivendicazione”, un foglio a quadretti con la scritta “ Brigata Tanas – guerra di classe –
Morte ai fascisti – la sede del MSI – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia
proletaria”. La Brigata Tanas aveva già colpito: due volte la sede del MSI e un'auto di un
esponente missino (bruciata).
Da Potere Operaio e dall'estrema sinistra venne accreditata la tesi secondo cui
l'incendio era il risultato di faide interne alla sezione del MSI. Questa tesi fu appoggiata
dalla stampa locale (in particolare dal Messaggero) e diede vita a una "controinchiesta"
curata da Potere Operaio (pubblicata per Samonà e Savelli, con il titolo "Primavalle,
incendio a porte chiuse"). Il libro si trova in alcune librerie di seconda mano e nelle
biblioteche, ma non venne mai ristampato. Qualche anno fa è stato trascritto e messo su
internet. Il pm capitolino Ilaria Calò, titolare di un'inchiesta della procura di Roma, ha
cercato di scoprire chi fosse il responsabile. Ma è stato impossibile: il titolare del sito,
Sandro Moretti, ha opposto il "rispetto del diritto alla riservatezza e alla libertà di
comunicazione". Gli agenti della polizia postale si sono arresi, pur avendo scoperto che il
sito riporta alla Tactical media Crew e a Daniela Morando (direttore di Radio Onda
rossa). Il pm Calò ha notificato alla famiglia Mattei la richiesta di archiviazione.
Il sito internet è stato posto a chiusura dalla polizia postale.
Lo scritto prendeva spunto da dichiarazioni ai giornali e alla magistratura degli stessi
Mattei e di altri militanti del MSI, secondo le quali esistevano forti divisioni all’interno
della sezione missina.
Le inchieste giudiziarie puntarono invece sui militanti di quartiere di Potere Operaio. In
particolare accusarono tre ragazzi della Brigata Tanas (la sezione di quartiere di Potere
Operaio, in realtà chiusa nel 1972): Achille Lollo (all’epoca 22 anni), Manlio Grillo (33)
e Marino Clavo (26) (soprannominati dai compagni "quelli dell'Arancia meccanica" per la
loro virulenza). Achille Lollo venne arrestato il 18 aprile 1973. Scontò 2 anni di carcere
preventivo. Grillo e Clavo si diedero - da subito - alla latitanza.
Domenico Sica chiese per i tre l’ergastolo. In primo grado vennero tutti assolti per
insufficienza di prove. Lollo, uscito di galera, si spostò all’estero.
Durante il processo si svolsero manifestazioni dell'estrema sinistra (di sostegno agli
imputati) e del MSI e dell'estrema destra (a favore della condanna).
In una di queste manifestazioni (il 28 febbraio 1975), davanti alla sede del MSI di Via
Ottaviano, a Piazza Risorgimento, venne ucciso lo studente greco Mikis Mantakas,
militante del Fronte della Gioventù. Il colpevole è Alvaro Lojacono (condannato a 16
anni insieme a Fabrizio Panzieri), brigatista, che verrà arrestato prima in Svizzera (l'8
giugno 1988), poi il 2 giugno del 2000 su una spiaggia in Corsica. Ma resta in carcere a
Bastia (non viene estradato).
In secondo grado i tre (Lollo, Grillo e Clavo) verranno riconosciuti colpevoli. Nel 1987 la
sentenza viene resa definitva dalla Cassazione. I tre sono condannati a 18 anni di
reclusione (di cui 3 condonati): duplice omicidio colposo aggravato e incendio doloso.
Ma i tre erano fuggiti all'estero.
Vi fu, subito dopo i fatti, un'inchiesta interna, affidata da Franco Piperno (leader
nazionale di Potere Operaio) e Lanfranco Pace (allora leader di Potere Operaio a Roma)
a Valerio Morucci, militante di Pot.Op. (e in seguito delle B.R.).
Fu Morucci a rintracciare Clavo, nascosto vicino a Firenze. Lo interrogò, tenendo
accanto una pistola Walter Ppk silenziata. "Clavo era lì, rannicchiato davanti a me" ha
raccontato Morucci. "Osservò l'arma, dopodiché iniziò a raccontarmi tutta la storia,
senza interrompersi". Ne parla (Morucci) nel suo libro «Ritratto di un terrorista da
giovane».
I compagni decisero comunque di aiutare i 3 a scappare.
Su queste "inchieste interne" e sull'aiuto all'estradizione ha chiesto di indagare, il 9
marzo 2004, l'avvocato della famiglia Mattei, Luciano Randazzo (difensore tra gli altri di
Igor Marini e di repubblichini in pensione), sulla base del libro inchiesta su Potere
Operaio a cura di Aldo Grassi, dal titolo «La generazione degli anni perduti».
Jeroslaw Novak "è il personaggio più interessante che può chiarire più cose", secondo
l’avvocato Randazzo. Anche Novak, come Morucci, fu inviato da Lanfranco Pace a
chiarire cosa era accaduto a Primavalle.
Dichiara Novak: "Non eravamo riusciti a trovare un passaporto falso. Usammo quello di
un nostro compagno di Roma... Grillo partì da Roma diretto a Milano, in treno con un
vagone letto insieme a una compagna. Io salii sull’ultimo aereo e li precedetti a Milano
dove andai a prenderli alla stazione. Arrivammo a Linate e lì ci imbarcammo su un volo
per Stoccolma che faceva scalo a Copenaghen".
Dal 1986 Lollo vive a Rio de Janeiro. All'inizio del 1993 Lollo viene arrestato in Brasile,
su richiesta italiana. Dopo circa 8 mesi di carcere, il 10 ottobre del 1993 il Tribunale
supremo del Brasile ha rigettato la richiesta di estradizione.
E gli altri due continuano a vivere tranquillamente in Sudamerica.
In Brasile Achille Lollo continua ad occuparsi di politica. Scrive articoli sul Lulismo,
pubblicati su siti "noglobal" in Europa. Fa il giornalista ed è editore di 3 riviste.
All'inizio del 2004 si scopre che Achille Lollo sarebbe iscritto nelle liste degli elettori
"italiani residenti all'estero". Scoppia la polemica. A marzo il Viminale cancella Lollo
dagli elenchi, in seguito a "revisioni".
Nel marzo 2004 Lollo minaccia: "Entro un mese presenterò un documento pieno di fatti
inediti: aprirò il mio archivio sulle vicende di quegli anni. Avevo un compromesso morale
con alcune persone ma ora, davanti a questi attacchi orchestrati, dirò tutto. Anzi, nelle
prossime ore manderò un comunicato al presidente della Repubblica, al procuratore di
Roma e al ministro della Giustizia". Non ha mai presentato comunicati o lettere, da
allora.
Ciò che può rivelare Lollo è legato probabilmente alle protezioni avute all'epoca, e
all'eventuale coinvolgimento nel delitto del vertice di Potere Operaio.
Ruggero Guarini (all'epoca del Messaggero), che l’ha conosciuto e l’ha difeso, dichiara
al Tempo: “Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con
Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una
villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua
innocenza”. “[…] quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere
operaio, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e
con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a
trovarmi al Messaggero, dov’ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: ‘Credi davvero
che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i
Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della
sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?’ E io naturalmente risposi di no. Dissi
che mi sembrava un’idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno
dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell’ufficio grafico, e un bravo ragazzo,
all’epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un
testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell’orrore. Scritto
in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di
Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle”. Quel famoso pamphlet
(“Incendio a porte chiuse”, prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli)
accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. “Questo non me lo ricordo.
Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che
gente come Piperno, Pace e Rossini avessero partecipato anche di sguincio alla
progettazione di quel colpo”.
“Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la
quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e
da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo e i suoi? Me l’ha detto
una decina di anni fa.” “Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che
sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella
strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo
abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti. Potrebbe (Lollo)
rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini, data a Potere
Operaio all'epoca. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande
famiglia di editori puri”. “[…] Tra il processo di primo grado del 1974 […] e il processo di
secondo grado […], accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone”. Era
Diana Perrone, “la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da
Marino Clavo, con cui divideva un appartamento.
Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato”. Da chi?
“Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva
deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti.
Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto ‘clericofascista’.
Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da
Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese:
la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell’altro nell’incendio della casa di un
netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. La
meglio gioventù”.
Il pm Maria Monteleone indaga da luglio 2004 sulle coperture politiche e sugli appoggi
logistici di cui beneficiarono Lollo e i suoi due complici per fuggire dall'Italia.
La famiglia Mattei ha chiesto al pm capitolino di ascoltare l'ex br Valerio Morucci.
Il 16 aprile 2004 Azione Giovani lancia una campagna nazionale di raccolta firme, volta a
far togliere a Lollo lo status di rifugiato politico.
Molto attiva in questo senso Roberta Angelilli, deputata europea di AN. La Angelilli fa
anche affiggere manifesti che inneggiano all'estradizione nelle strade di Rio de Janeiro.
Achille Lollo presenta ricorso contro queste affissioni, e lo vince (per motivi burocratici).
I manifesti in Brasile vengono rimossi.
Il 14 luglio2004 si scopre che effettivamente Lollo non possiede in Brasile nessuno
"status" di rifugiato. Una lettera dell'ambasciata del Brasile sconfessa Lollo stesso, che si
è sempre vantato di questo suo "status". "Secondo informazione del ministero della
Giustizia brasiliano" scrive il consigliere d'ambasciata Joao Andrè Pinto Dias Lima
"Achille Lollo non gode dello status di rifugiato".
Manlio Grillo , fratello di un ex ufficiale dei carabinieri, vive indisturbato a Managua
(Nicaragua), dove fino a qualche anno fa era socio del ristorante Magica Roma che
apparteneva a uno dei terroristi latitanti più "blindati": Alessio Casimirri, l'unico
brigatista del sequestro Moro che non è mai stato arrestato.
Dal 7 aprile 1990 Grillo è cittadino nicaraguense.
Marino Clavo , dopo la confessione davanti alla Walter Ppk di Morucci, è scomparso.
Ma ha pagato ogni debito con la giustizia italiana.
Il 2 settembre 2004 il sindaco di Roma Walter Veltroni annuncia l’intenzione di
intitolare una via a Virgilio e Stefano Mattei, vittime della violenza politica.
La proposta di Veltroni ha riscosso l’apprezzamento convinto di Alleanza Nazionale, di
Alessandra Mussolini e dei numerosi movimenti che si annidano a Destra, ma anche
qualche critica da parte dell’estrema sinistra.
Ma tale annuncio ha incontrato la ferma opposizione dei familiari di Virgilio e Stefano, in
primis mamma Anna Maria. Anna Maria Mattei, pur avendo parole di apprezzamento per
Veltroni, definito “ uno dei migliori Sindaci”, temeva una speculazione politica,
all’insegna del buonismo, anticamera di una richiesta di perdono dei terroristi, perdono
che ella non intende concedere né ora né mai. “ Perché mai solo adesso ci si ricorda di
Virgilio e Stefano? ”. Per oltre trent’anni i Mattei si sono sentiti abbandonati da tutti,
Istituzioni in testa. La famiglia Mattei ha pagato duramente quegli anni, senza rinnegare
la propria fede politica; è rimasta, nel tempo, “nera”.
Ai fratelli Mattei era già stato intitolato un parco, alla Balduina.
Il 28 gennaio 2005 la corte d'appello di Roma ha accolto la richiesta del legale di Grillo,
calcolando che la pena si è estinta il 12 ottobre 2003, a 16 anni cioè dalla condanna
definitiva, il 13 ottobre 1987.
Le tre condanne sono cadute in prescrizione.
Una quarantina di giovani di 'Azione Giovani' di Roma si è radunata davanti all'entrata
della città giudiziaria di Piazzale Clodio, a Roma, per una iniziativa simbolica di
protesta, con uno striscione ''Rogo di Primavalle: l'Italia si vergogna della sua giustizia'', e
una bandiera italiana listata a lutto.
Ma la manifestazione è durata pochissimo, terminando dopo l'arrivo sul posto di Silvia e
Giampaolo Mattei, fratello e sorella di Virgilio e Stefano: "Andate via, non serve a nulla.
Hanno avuto quello che volevano". I due familiari sono giunti visibilmente contrariati sul
posto dove era in corso la manifestazione e, dopo essere scesi dalla propria autovettura,
per reazione, hanno strappato lo striscione che i manifestanti sostenevano, e chiesto a
tutti di andare a casa.
Che fine hanno fatto alcuni personaggi laterali della vicenda?
Franco Piperno , dopo la condanna al processo 7 aprile (come leader di Autonomia
Operaia), è latitante in Canada e Francia. Tornato in Italia, è assessore al comune di
Cosenza (con sindaco Giacomo Mancini) e professore all'università della Calabria.
Lanfranco Pace , dopo una breve parentesi da brigatista rosso (fece l'intermediario tra
PSI e BR durante il sequestro Moro insieme a Piperno), è editorialista di "Otto e mezzo",
di Giuliano Ferrara (su La7)
Giulio Savelli è esponente dell'area liberista della Casa delle libertà. E' stato eletto
deputato per Forza Italia
Stefania Rossini è giornalista dell’Espresso
Valerio Morucci diviene brigatista e condannato per l'omicidio Moro.
Giacomo Mancini , leader del PSI, è diventato nel 1993 sindaco di Cosenza. Condannato
in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, viene poi assolto. Rieletto
nel 1997 sindaco di Cosenza per l’Ulivo, è morto nel 2002.
Ruggero Guarini scrive per Il Giornale
Fabio Isman è inviato speciale del Messaggero
Liberamente estratto dal sottoscritto da:
http://www.geocities.com/lollocas/ )
Ho deciso di incorporare un video dei 270 Bis che ben descrive il vergognoso massacro negli anni di piombo con l'appoggio incondizionato degli intellettualoidi e giornalisti che ancor oggi impunemente scrivono: il nome che per primo mi fa rabbrividire e disgustare è quello della senatrice, nonchè moglie del "geniale" Dario Fo, Franca Rame. Nel 1997 un tribunale ha emesso una sentenza di condanna per
“responsabilità colposa” contro McDonald’s per crudeltà sugli animali.
Nonostante ripetuti appelli, McDonald’s non ha ancora adottato alcuna
misura concreta per diminuire la sofferenza degli animali. Quelli che
seguono sono soltanto tre esempi, tra i tanti, dell’insensibilità di
McDonald’s nei confronti della sofferenza degli animali: I polli
allevati per McDonald’s vivono stipati in sudici capannoni così gremiti
che lo spazio a disposizione per ogni animale è inferiore alla
superficie di un foglio di carta. Tale sovraffollamento è causa di
malattie, di morte per soffocamento e di attacchi cardiaci. Alcuni
maiali allevati per McDonald’s trascorrono tutta la vita in recinti di
cemento così piccoli che non possono muoversi, sdraiarsi agevolmente né
le femmine assistere i propri piccoli. Le norme previste dalla legge
americana stabiliscono che qualsiasi animale venga stordito prima di
essere sgozzato. McDonald’s non ha però adottato alcun provvedimento
per penalizzare i mattatoi che macellano e scuoiano abitualmente
animali ancora coscienti. |  |
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La massoneria è una Harley Davidson che non mi posso permettere
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La massoneria deviata è una ragazza sconosciuta di nome Solange che viene dal Nicaragua perché le hanno ucciso il padre, rubato tutto, e l’hanno costretta a scappare dall’Italia le famiglie più potenti d’Italia perché lottava affinché si sapesse la verità. La massoneria sono i miei amici che non vogliono vedere nessun documento, non vogliono ascoltare oltre cinque minuti perché devono uscire a cena fuori, devono parlare di cinema, devono parlare di problemi sentimentali; ma dopo cinque minuti di ascolto dicono che Solange è pazza perché non è credibile quello che racconta. La massoneria è la tua ragazza che non crede alla storia di Solange. Poi un giorno la seguono tutto il giorno, allora ti dice che ci crede, ma non viene più a dormire a casa tua. La massoneria è la tua amica Milena che dice che non crede alla storia di Solange. Poi anche lei un giorno vede che è seguita e allora ti dice che ti crede e ti telefona tre volte al giorno perché è in ansia per te. La massoneria è fidanzarsi con un’altra ragazza, che dice che sei una bella persona, simpatica, intelligente ed altruista ma “peccato che hai questa fissa della massoneria e talvolta sei un po’ visionario”. La massoneria è tuo padre che ti dice che sei fissato con la massoneria. La massoneria sono i tuoi amici che ti dicono chi te lo fa fare. La massoneria sono i tuoi familiari che ti dicono bravo e che ti aiutano nelle cose che devi fare e che pregano per te tutti i giorni. La massoneria è il tuo migliore amico che non ti crede e ti dice che un po’ di sano scetticismo non guasta, perché io sono troppo coinvolto; e allora tu gli domandi se ti ha mai ritenuto paranoico; e allora lui ti risponde che sei la persona che stima di più al mondo, ma sei anche tanto ingenuo da credere sempre a tutti. La massoneria è consegnare tutti i documenti a una procura e quella se li perde. La massoneria è consegnare tutti i documenti ad un'altra procura e pure quella li perde. La massoneria è consegnare tutti i documenti a 5 procure e tutte e cinque se li perdono. La massoneria è consegnare tutti i documenti alla Digos e quelli non li trasmettono alla procura. La massoneria è la Digos che mette un servizio di protezione a Solange quando riceve minacce dalla Brigate rosse e tutti sono gentili con lei. Poi quando scoprono che ha qualche problema con la massoneria deviata non la salutano più e il servizio di protezione non lo si vede più e tu neanche vai a domandare il perché. Tanto la risposta la sai.
La massoneria è entrare in casa e ricevere tutta la notte telefonate mute. La massoneria è trovare 47 telefonate sul telefono dei tuoi genitori da un numero inesistente (che chiama anche i miei colleghi e me) e scoprire dopo mesi che 47 significa morto che parla. La massoneria è un proiettile sulla tua auto che potresti esserti messo da solo per farti pubblicità e stare al centro dell’attenzione. La massoneria è uno sconosciuto che quando esci di casa ti dice “buongiorno avvocato, sa che potrebbe anche morire ad occuparsi di queste cose?” ma i tuoi amici dicono che forse era solo un consiglio o forse ho capito male. La massoneria è lo sconosciuto che si ripresenta il giorno dopo, ti dice la stessa cosa, ma i tuoi amici dicono la stessa cosa del giorno prima. La massoneria è lo sterzo che ti salta all’improvviso per la strada e tutti dicono che è un caso. La massoneria sono tre incidenti con la moto in una settimana ma tutti dicono che è un caso. La massoneria sono tutti i testimoni di processi importanti (Ustica, Moby Prince, caso Forleo) che hanno un incidente dello stesso tipo, ma tutti dicono che è un caso. La massoneria è trovare Solange svenuta nella camera da letto, andare all’ospedale, scoprire che è stata addormentata con delle droghe, poi l’indomani essere interrogati dalla Digos che dice che forse la droga l’ha assunta da sola. La massoneria è ricevere una telefonata da una persona che conosco, che mi ripete 9 volte “uccideranno Solange”, denunciare il fatto alla procura, e la procura archivia senza neanche ascoltare la mia testimonianza, scrivendo che Solange è “suggestionabile”.
La massoneria sono 1000 bambini all’anno che scompaiono ogni anno in Italia senza che si sappia nulla. La massoneria sono 100.000 bambini che scompaiono in tutto il mondo, ufficialmente, senza che si sappia più nulla. La massoneria sono centinaia di migliaia di bambini in tutto il mondo, da paesi del terzo mondo, che scompaiono senza che si sappia nulla e senza che siano neanche stati denunciati. La massoneria è il traffico di organi di bambini, e i video dei bambini uccisi che vengono venduti a centinaia di migliaia di euro a copia perché vedere un bambino stuprato che muore veramente ha un valore maggiore di un video in cui tutto ciò sia solo finzione. La massoneria è il panettone a Natale e la tombola e mentre giochi a tombola stanno uccidendo dei bambini e li stanno riprendendo con delle telecamere; ma mentre giochi a tombola non ci si può occupare di queste cose. La massoneria è il traffico internazionale di droga e di armi. La massoneria è la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra che si infilano nelle nostre città del nord, nelle nazioni europee. La massoneria sono le centinaia di miliardi di euro che ogni anno l’Unione Europea destina ai paesi poveri, ma quei paesi sono sempre più poveri e chi vota queste leggi diventa sempre più ricco. La massoneria sono le banche che diventano sempre più ricche e la gente sempre più povera. La massoneria sono le nostre tasse che aumentano sempre di più, e i circuiti internazionali di armi, droga e bambini che diventano sempre più ricchi. La massoneria è la grande distribuzione che si espande sempre più e uccide i piccoli commercianti. La massoneria è pensare che il mondo è bello. In fondo i 1000 bambini che scompaiono in Italia non sono i figli nostri. La massoneria è un paradosso perché io ho sempre odiato i misteri e i segreti, non ho mai capito i doppi sensi ma mi ritrovo a confrontarmi con una cosa che parla solo per simboli, per doppi sensi e che fa delle segretezza il suo emblema. La massoneria è mandare dei documenti a De Magistris per posta, ma la posta ti torna indietro con indirizzo sconosciuto. Eppure l’indirizzo della procura è quello giusto. La massoneria è cercare di contattare il giudice Cordova ma non ci riesci perché nessuno te lo passa, nessuno in procura ti dice quando riceve, nessuno ti fissa un appuntamento. La massoneria è finalmente trovare un giudice che ti ascolta. Un giudice famoso che si è occupato di queste vicende e pensare “finalmente parlo con qualcuno che mi ascolta”. Infatti quello ti ascolta, ma poi ti invia una lettera firmata con inchiostro verde, in cui il tuo nome è scritto in verde, che dice “gentile avvocato, non ravviso reati di competenza di questa procura”. E tu ti domandi “ma i PM non hanno l’obbligo di mandare gli atti alla procura competente?”. Poi pensi che forse non conosci bene la procedura penale. In fondo sei un civilista. E ti dimentichi la cosa. La massoneria è un giorno incontrare una persona dei servizi segreti che ti dice che la Rosa rossa firma le sue condanne a morte mandando lettere firmate con inchiostro verde. Allora capisci cosa intendeva il procuratore dicendo che “non era competente”. Allora capisci anche perché la lettera è datata il giorno dell’onomastico di Solange. E perché anche il Cordialmente finale è scritto in verde e con un punto esclamativo poco istituzionale. La massoneria è il velo che impedisce nelle vicende di Ustica, del Moby Prince, e in tutte le altre vicende italiane, di arrivare alla verità. La massoneria è Sandro D’Elia che va in galera per aver ucciso un poliziotto in una rapina, e oggi è sottosegretario al senato. La massoneria sono gli avvocati dei mafiosi (Mormino, Schifani, Pecorella, Previti, e tanti altri) messi a presiedere la commissione giustizia del senato e della camera, a legiferare sulla mafia, insediati alla commissione stragi e nelle commissioni antimafia. La massoneria è Pannella, che tu hai votato diverse volte, che un giorno candida nelle sue liste Licio Gelli per dargli l’immunità parlamentare. Allora ti quadra anche il motivo per cui la Bonino sta sempre in prima fila con alcuni personaggio torinesi illustri ma poco raccomandabili. La massoneria è il figlio di Gelli, Raffaello, che lavora con i bambini nelle organizzazioni internazionali. La massoneria è Rita Cauli, moglie del capo dell’UCC Gugliemo Guglielmi, condannato a trenta anni per l’omicidio Torregiani, che appena esce di galera va a lavorare per l’ONU con i bambini nelle organizzazioni internazionali. La massoneria sono i brigatisti rossi che viaggiano per il mondo con passaporti Onu e hanno l’immunità diplomatica. E’ Raffello Gelli console onorario in Nicaragua con tanto di immunità diplomatica. La massoneria è un mostro che sta a Firenze, ma sta anche in tutte le altre città del mondo. La massoneria è quella cosa che non esiste se non nella mente dei complottisti. La massoneria è Santoro, Travaglio, Grillo, Caselli che parlano sempre di mafia, ma non nominano mai la massoneria e dire a te stesso che qualcosa non quadra. La massoneria è votare a sinistra poi vedere il tuo articolo sulla massoneria pubblicato su forzanuova.org e dire a te stesso che qualcosa non quadra. La massoneria è aprire un blog in cui metti in rete solo alcune cose (non tutte quelle che sai, solo quelle che risultano da atti ufficiali) pensando di fare una cosa innocua; e invece si scatena un inferno: ti contattano una marea di persone; associazioni, singole persone, investigatori, procure, servizi segreti e dire a te stesso che qualcosa non quadra. La massoneria è capire tutto d’un tratto che finora avevi semplicemente contattato le persone sbagliate ed eri andato sempre a ficcarti nella tana del lupo. E allora tutto quadra. La massoneria è dire a se stessi che il tuo migliore amico aveva ragione; nonostante tutto non ho smesso mai di credere in qualcuno e aveva ragione; ho creduto alle persone sbagliate, ma la persona sbagliata non era Solange. La massoneria è capire cosa c’è che non va, in ciò che pensavi che non andasse. La massoneria è capire perché AN è sempre stata a favore della magistratura e delle forze di polizia e poi ha votato insieme a Berlusconi le leggi che di fatto indebolivano la magistratura. Ed è capire perché le sinistra che dovrebbe essere a favore dei poveri non fa nulla per arginare lo strapotere della banche e il sacco dei soldi pubblici della Comunità Europea. La massoneria è capire che hanno ragione i giudici quando condannano Berlusconi; ma ha ragione anche Berlusconi, quando dice che contro di lui c’è un complotto. La massoneria però è capire che il complotto non è della sinistra intera ma solo di una parte di essa.. E ha ragione pure Riina, quando dice che sono stati i comunisti a volerlo fregare. La massoneria è capire che Riina dice sempre bugie, non dice quasi nulla, ma a saper leggere tra le righe, in fondo la verità te la dice; in fondo quando te lo trovi davanti sai con chi hai a che fare. La massoneria è capire che Travaglio, Santoro, Caselli, dicono sempre la verità, dicono tante cose, ma a saper leggere tra le righe la verità non te la raccontano mica.
La massoneria è svegliarsi la mattina e sperare di aver avuto un incubo. La massoneria è svegliarsi al mattino e ringraziare il destino che ti ha regalato un’altra giornata. La massoneria è una gita in moto e dall’alto di una montagna guardare l’immensità e pensare alle parole di Falcone, e dirsi che in fondo la massoneria è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani finirà; e tutto il resto non conta, di fronte all’universo di cui siamo parte. La massoneria però è anche scoprire che c’è gente che lavora a Natale per combatterla. Scoprire che puoi telefonare a questa persona il 25 dicembre e ti risponde la segretaria; allora tu dici “ma come Elisa, lavori pure a Natale? E lei dice “si avvocato, glielo avevo detto che lavoro tutti i giorni. Non dicevo così per dire”.
La massoneria è acquistare un’Harley Davidson che non ti potevi permettere, dopo che hai ricevuto una condanna a morte, perchè è la cosa che desideri di più al mondo. Inoltre, le Harley non subiscono svalutazione, quindi se i tuoi eredi la dovessero rivendere ricaverebbero più o meno la stessa somma pagata per l’acquisto, e non avrebbero il problema di pagare le rate. La massoneria, in fondo, è solo una scusa per comprarsi la moto nuova e realizzare un sogno.
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La stessa amministrazione era ancora divisa sull’opportunità di un attacco alla Siria. I neoconservatori erano ansiosi di attaccare Damasco, mentre la CIA e il Dipartimento di Stato si opponevano all’idea. E perfino Bush, dopo aver firmato la nuova legge, sottolineava il fatto che bisognava andarci cauti nell’applicarla. Quest’ambiguità era incomprensibile. Oltretutto il governo siriano aveva non solo fornito agli Stati Uniti importanti informazioni su Al-Quaeda dopo l’11 settembre, ma aveva anche messo in guardia Washington su previsti attacchi terroristici nel Golfo e concesso alla CIA libero accesso agli interrogatori di Mohammed Zammar, il presunto reclutatore di alcuni dei dirottatori degli attentati. Prendere di mira il regime di Assad avrebbe significato mettere a repentaglio quella preziosa collaborazione, e dunque rendere più difficoltosa la guerra al terrorismo.
In più, la Siria fino a prima della guerra in Iraq, era sempre stata in buoni rapporti con Washington (aveva perfino votato per la risoluzione ONU 1441), e certamente non costituiva una minaccia per gli Stati Uniti. Adottare la linea dura con Damasco avrebbe fatto sembrare gli Usa come i soliti prepotenti, insaziabilmente desiderosi di colpire gli stati arabi. Ultimo fattore, mettere la Siria nella lista nera, avrebbe significato darle un ottimo pretesto per provocare guai in Iraq. Per quanta fretta si potesse avere, il buon senso consigliava di aspettare che le acque in Iraq si fossero calmate. Ma il Congresso, ovviamente manovrato dai funzionari israeliani e da gruppi come l’AIPAC, insisteva sul giro di vite a Damasco. Senza la Lobby, non ci sarebbe stato alcun Atto per la Responsabilità della Siria, e la politica statunitense nei confronti dei siriani sarebbe stata molto più in linea con gli interessi nazionali.
Gli israeliani tendono a descrivere qualsiasi minaccia nei termini più crudi possibili, ma l’Iran è unanimemente considerato il loro nemico più pericoloso, perché probabilmente sul punto di dotarsi di armi atomiche. Tutti gli israeliani vedono un paese islamico in Medio Oriente in possesso di armi nucleari come una minaccia alla loro stessa esistenza. Un mese prima che scoppiasse la guerra in Iraq, il ministro della Difesa israeliano Binyamin Ben-Eliezer, sottolineava che “l’Iraq è certamente un problema, ma a mio parere, oggi per noi l’Iran è molto più pericoloso.”
Sharon iniziò a spingere gli Stati Uniti contro l’Iran nel novembre del 2002, in un’intervista al Times. Descrivendo l’Iran come “il centro del mondo del terrore”, teso ad acquisire armi atomiche, Sharon dichiarava che l’amministrazione Bush avrebbe dovuto iniziare ad usare le maniere forti con l’Iran “il giorno dopo” aver conquistato l’Iraq. Alla fine di aprile 2003, l’Ha’aretz scriveva che l’ambasciatore israeliano a Washington chiedeva a gran voce un cambio di regime in Iran. La sconfitta di Saddam, continuava, “non era sufficiente”. Secondo lui “gli Stati Uniti non devono fermarsi, poiché siamo ancora fortemente minacciati sia dalla Siria che dall’Iran.” Naturalmente anche i neoconservatori non persero tempo nel cavalcare l’onda del rovesciamento del regime di Teheran. Il 6 maggio, l’AEI (American Enterprise Institute, una fra le più potenti organizzazioni degli Usa, un altro dei famigerati Think Tank, in questo caso una delle massime roccaforti del pensiero neo-con. N.d.T.) finanziò, insieme alla Fondazione per la Difesa delle Democrazie e all’Istituto Hudson, una conferenza sull’Iran. I relatori erano tutti palesemente filo-israeliani, e molti richiesero che il regime iraniano fosse rimpiazzato da una democrazia. Come al solito, una frotta di articoli scritti da influenti neo-con esposero le ragioni di un attacco all’Iran. “La liberazione dell’Iraq è stata solo la prima grande battaglia per il futuro del Medio Oriente, ma la prossima grande sfida – speriamo non militare – sarà con l’Iran.”, così scriveva William Kristol sul Weekly Standard del 12 maggio.
La pronta risposta dell’amministrazione alle pressioni della Lobby fu un superlavoro per far interrompere all’Iran il suo programma nucleare. Con poco successo, in verità, visto che l’Iran sembra determinato a crearsi un arsenale atomico. Di conseguenza la Lobby ha intensificato la pressione. Editoriali e articoli non fanno altro che mettere in guardia su un imminente pericolo nucleare iraniano, raccomandano cautela nei confronti di qualunque concessione da parte di un regime “terroristico”, e fanno sottili allusioni ad un’azione preventiva, nel caso la diplomazia dovesse fallire. La Lobby sta spingendo il Congresso ad approvare l’Atto per il Supporto alla Libertà dell’Iran, che dovrebbe ampliare le sanzioni già esistenti. Anche il governo di Israele avverte che potrebbe dare il via ad un’azione preventiva, se l’Iran persistesse nel suo programma nucleare, ma sembra una minaccia fatta più che altro per attirare l’attenzione di Washington sul problema.
Qualcuno potrebbe obiettare che in fin dei conti Israele e la Lobby non hanno influenzato più di tanto la politica nei confronti dell’Iran, visto che gli Stati Uniti hanno le loro ragioni per impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare. C’è qualcosa di vero, ma le ambizioni nucleari dell’Iran in realtà non costituiscono una minaccia per gli Usa. Se Washington è riuscita a convivere con un Unione Sovietica nucleare, una Cina nucleare e perfino con una Corea del Nord nucleare, allora può convivere anche con il nucleare iraniano. E questo è il motivo per cui la Lobby deve mantenere alta la pressione sui politici statunitensi. Anche se la Lobby non esistesse, difficilmente Teheran e Washington sarebbero alleati, ma sicuramente la politica statunitense sarebbe molto più moderata, e un’ipotesi di guerra preventiva non verrebbe neanche presa in considerazione.
È alquanto prevedibile il desiderio da parte di Israele e dei suoi sostenitori americani che gli Usa affrontino qualunque problema relativo alla sicurezza di Israele. Se i loro sforzi per indirizzare la politica americana andranno a buon fine, tutti i nemici di Israele verranno indeboliti o sconfitti, Israele avrà mano libera con i palestinesi, e la maggior parte dei combattimenti, dei morti, della ricostruzione e dei risarcimenti ricadrà sulle spalle degli Stati Uniti. Ma anche nel caso in cui Washington fallisse nei suoi progetti di trasformazione del Medio Oriente, e si ritrovasse a combattere contro l’intero mondo fondamentalista arabo e islamico, Israele finirà comunque sotto l’ala protettiva dell’unica superpotenza esistente al mondo. Dal punto di vista della Lobby, quest’ultimo non sarebbe il risultato perfetto, ma sarebbe ovviamente meglio che rimanere isolati, o essere addirittura costretti ad una pace con i palestinesi.
Può dunque il potere della Lobby essere in qualche modo limitato? Data la debacle irachena, la conseguente necessità da parte degli Stati Uniti di ricostruirsi un’immagine nel mondo arabo, e le recenti rivelazioni riguardo alcuni esponenti dell’AIPAC che hanno passato segreti governativi statunitensi ad Israele, si potrebbe rispondere affermativamente. Si potrebbe anche pensare che la morte di Arafat, e l’elezione del più moderato Mahmoud Abbas possa indurre Washington a sostenere con vigore e imparzialità un accordo di pace. In pratica, ci sarebbero svariati motivi per prendere le distanze dalla Lobby e adottare una politica mediorientale più aderente agli interessi nazionali. Inoltre, usare tutto quel grande potere per ottenere la pace fra Israele e Palestina, aiuterebbe il processo di democratizzazione in tutta la regione.
Ma tutto questo non accadrà, almeno non a breve termine, perché l’AIPAC e suoi alleati (inclusi i Sionisti Cristiani) non hanno alcun serio avversario nel mondo delle lobby. Sanno che sta diventando sempre più difficile sostenere la causa di Israele, e reagiscono reclutando sempre più persone ed ampliando il loro campo d’azione. Per di più, i politici statunitensi sono sempre molto sensibili ai finanziamenti elettorali e ad altre forme di pressione politica, e i grandi canali informativi sono propensi a rimanere dalla parte di Israele, qualunque cosa succeda. Il potere della Lobby crea problemi su più fronti. Incrementa il rischio di attacchi terroristici in tutto il mondo, soprattutto nei paesi europei alleati degli Stati Uniti. Ha reso impossibile arrivare alla conclusione del conflitto Israelo-Palestinese, una situazione che fornisce agli estremisti uno straordinario mezzo persuasivo nel reclutamento dei volontari, incrementando le file di terroristi e simpatizzanti, e contribuisce all’espansione del fondamentalismo islamico in Europa e Asia. Fatto non meno preoccupante, le pressioni della Lobby potrebbero portare gli Stati Uniti ad un attacco contro Iran e Siria, con conseguenze potenzialmente devastanti. Nessuno ha bisogno di un altro Iraq. Bene che vada, l’ostilità della Lobby nei confronti di quei due paesi, renderà quasi impossibile per Washington chiedere loro un sostegno nella battaglia contro Al-Quaeda, o contro la resistenza irachena, quando il loro aiuto è invece necessario. C’è anche un aspetto morale da sottolineare. Grazie alla Lobby, gli Stati Uniti sono diventati de facto fautori dell’espansione israeliana nei Territori Occupati, rendendosi dunque complici dei crimini perpetrati nei confronti dei palestinesi. Questa situazione taglia le gambe agli sforzi da parte di Washington di “esportare la democrazia”, e ne evidenzia l’ipocrisia di fondo, nel momento in cui esorta altre nazioni a rispettare i diritti umani. Ugualmente ipocrita appare il tentativo di limitare gli arsenali nucleari, dato che poi accetta supinamente l’arsenale nucleare israeliano, che oltretutto costituisce uno dei motivi per cui anche altri paesi desiderano dotarsi dell’atomica.
Inoltre, la volontà della Lobby di soffocare qualunque dibattito su Israele è insano per una democrazia. Imbavagliare gli scettici organizzando schedature e boicottaggi – oppure accusandoli di antisemitismo – viola il principio della libertà di opinione su cui si basa qualsiasi democrazia. L’impossibilità da parte del Congresso di condurre una discussione aperta su questioni di tale importanza, paralizza l’intero processo decisionale democratico. I fiancheggiatori di Israele devono essere liberi di sostenere le loro ragioni e di sfidare chi è in disaccordo con loro, ma i tentativi di reprimere le opinioni contrarie tramite l’intimidazione vanno duramente condannati.
Tirando le somme, l’influenza della Lobby è stata controproducente anche per Israele. La sua abilità di convincere Washington a sostenere politiche espansionistiche, ha dissuaso Israele dal cogliere opportunità – quali un trattato di pace con la Siria o una pronta e piena applicazione degli Accordi di Oslo – che avrebbero salvato molte vite israeliane e ridotto il numero di estremisti palestinesi. Negare ai palestinesi i loro legittimi diritti politici, non ha certamente reso Israele un paese più sicuro, e la tattica di uccidere o emarginare una generazione di leader ha conferito sempre più potere a gruppi estremisti come Hamas, e reso difficile per un capo palestinese avere la volontà di accettare un accordo onesto, e la possibilità di metterlo in pratica. Sarebbe stato molto meglio anche per Israele se la Lobby avesse avuto meno potere, e se la politica degli Stati Uniti fosse stata più equidistante.
Tuttavia, esiste ancora una punta di speranza. Nonostante la Lobby sia ancora una forza molto potente, sta diventando sempre più difficile nascondere i disastrosi effetti della sua politica. Una nazione potente può condurre una politica errata per un certo periodo, ma la realtà non può essere ignorata per sempre. Ciò di cui si ha bisogno è una discussione schietta sul reale potere della Lobby, e un dibattito molto più aperto sugli interessi degli Stati Uniti in quella regione di vitale importanza. Il benessere di Israele è certamente uno di quegli interessi, ma la sua continua occupazione della Cisgiordania e i suoi progetti espansionistici nella regione non lo sono. Un dibattito serio porterebbe alla luce i limiti strategici e morali di questo sostegno univoco e incondizionato, e potrebbe portare gli Stati Uniti su posizioni maggiormente coerenti con i loro interessi, con gli interessi degli altri paesi della ragione, e perfino con gli interessi a lungo termine di Israele.
John Mearsheimer insegna Scienze Politiche a Chicago, ed è l’autore di The Tragedy of Great Power Politics.
Stephen Walt insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di Harvard. Il suo ultimo libro è Taming American Power: The Global Response to US Primacy.
Il leader israeliani furono profondamente angosciati quando Bush decide di chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’autorizzazione per la guerra, e lo furono ancor di più quando Saddam accettò di lasciar entrare gli ispettori delle Nazioni Unite. “La campagna contro Saddam Hussein è un dovere”, dichiarò Shimon Peres ai giornalisti nel settembre del 2002. “Le ispezioni e gli ispettori vanno bene per le persone rispettabili, ma per i disonesti è facile raggirarli.”
Allo stesso tempo, Ehud Barak, scrisse un articolo sul New York Times in cui avvertiva che “In questo momento il pericolo maggiore sta nell’inazione.” Il suo predecessore alla carica di Primo Ministro, Benyamin Netanyahu, scrisse sul Wall Street Journal un pezzo simile, intitolato “Il motivo per rovesciare Saddam”, in cui affermava: “In questo momento l’unica cosa da fare è rovesciare il dittatore. Credo di parlare a nome della stragrande maggioranza degli israeliani, favorevoli ad un attacco preventivo contro il regime di Saddam.” E l’Ha’aretz riferiva nel febbraio 2003: “I capi politici e militari desiderano intensamente una Guerra in Iraq.”
Tuttavia, come faceva notare Netanyahu, il desiderio di una guerra non era limitato solo alle alte sfere. A parte il Kuwait, che Saddam aveva invaso nel 1990, Israele era l’unico paese al mondo in cui sia i politici che l’opinione pubblica erano d’accordo sulla guerra. Il giornalista Gideon Levy, all’epoca notava che: “Israele è l’unico paese i cui leader sostengono senza riserve una guerra, e in cui nessun’altra opinione alternativa ha diritto di esistere.” Infatti, il fanatismo degli israeliani era talmente accentuato, che i loro stessi alleati negli Stati Uniti dovettero dir loro di smorzare la retorica, altrimenti c’era il pericolo che sembrasse una guerra combattuta nel nome di Israele.
All’interno degli Stati Uniti, la più importante corrente a favore della guerra era un pugno di neo-conservatori, molti dei quali strettamente legati al Likud, ma anche i capi delle maggiori organizzazioni che facevano parte della Lobby, fecero sentire la loro voce. Il Forward riferì che “Non appena Bush iniziò a parlare […] di guerra in Iraq, le più importanti organizzazioni ebraiche statunitensi si riunirono per correre in suo aiuto. Dichiarazione dopo dichiarazione, i vari leader sottolinearono la necessità di liberare il mondo da Saddam Hussein e dalle sue armi di distruzione di massa. Gli editorialisti affermarono che “Le preoccupazioni per la sicurezza di Israele, costituiscono legittimamente un fattore primario nelle decisioni dei maggiori gruppi ebraici.”
Benché i neoconservatori e gli alti esponenti della Lobby fossero impazienti di entrare in guerra, così non era per gran parte della comunità ebraica statunitense. Appena la guerra iniziò, Samuel Freedman scrisse che “un sondaggio di opinione su scala nazionale operato dal Pew Research Center, dimostra che gli ebrei sono meno favorevoli alla guerra in Iraq del resto della popolazione, il 62 per cento contro il 52.” Ovviamente sarebbe sbagliato gettare la colpa della guerra in Iraq tutta sull”influenza ebraica”; piuttosto gran parte della responsabilità è da ascrivere all’influenza della Lobby, e dei neo-conservatori che ne fanno parte.
La determinazione dei neo-con a rovesciare Saddam risale a prima che Bush diventasse presidente. Essi provocarono una certa agitazione già nel 1998, quando fecero pubblicare due lettere aperte indirizzate a Clinton, in cui chiedevano che Saddam fosse rimosso dal potere. I firmatari, molti dei quali avevano stretti legami con grandi organizzazioni filo-israeliane quali la JINSA o il WINEP, e che comprendevano nomi come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, William Kristol, Bernard Lewis, Donald Rumsfeld, Richard Perle e Paul Wolfowitz, avevano poche difficoltà a persuadere l’amministrazione Clinton a considerare l’ipotesi di spodestare Saddam, ma non potevano arrivare a proporre una guerra per raggiungere quell’obiettivo. E nemmeno nei primi mesi dell’amministrazione Bush, furono capaci di rendere attraente l’idea di un’invasione dell’Iraq. Per raggiungere il loro scopo avevano bisogno di aiuto. Quest’aiuto arrivò provvidenziale l’11 settembre del 2001. Più precisamente, gli eventi di quel giorno convinsero Bush e Cheney a cambiare la loro linea politica e diventare così fervidi sostenitori della guerra preventiva.
Durante un importante vertice con Bush a Camp David, il 15 settembre, Paul Wolfowitz sostenne la tesi di attaccare l’Iraq prima ancora dell’Afghanistan, nonostante non esistesse alcuna prova che Saddam fosse in qualche modo coinvolto negli attentati, e si avesse invece la certezza che Bin Laden si trovava in Afghanistan. Bush rifiutò il consiglio, e decise di attaccare prima l’Afghanistan, pur considerando seriamente la possibilità concreta di una guerra contro l’Iraq. Infatti il 21 novembre il presidente incaricò i suoi strateghi militari di sviluppare i piani per un’invasione.
Nel frattempo altri neoconservatori lavoravano alacremente nelle stanze del potere. Ancora non conosciamo tutta la storia, ma sappiamo per certo che studenti come Bernard Lewis di Princeton e Fouad Ajami della Johns Hopkins rivestirono un ruolo importante nel convincere Cheney che la guerra fosse l’opzione più giusta, sebbene anche il suo staff di neo-con – Eric Edelman, John Hannah e “Scooter” Libby, capo dello staff di Cheney, nonché una delle persone più potenti dell’intera amministrazione – abbia fatto la sua parte. Entro l’inizio del 2002, Cheney era riuscito a convincere Bush, e con Bush e Cheney in ballo, la guerra era inevitabile.
Al di fuori dell’amministrazione, gli esperti neoconservatori non persero tempo nel sottolineare che l’invasione l’Iraq fosse un passo necessario per vincere la guerra al terrorismo. I loro sforzi erano diretti in parte a mantenere alta la pressione su Bush, e in parte ad aggirare il movimento di opposizione alla guerra fuori e dentro il governo. Il 20 settembre, un gruppo di potenti neo-con insieme ai loro alleati, fecero pubblicare un’altra lettera aperta in cui si diceva: “Anche nel caso in cui non venissero trovati legami diretti fra l’Iraq e gli attacchi, qualunque strategia diretta allo sradicamento del terrorismo e dei suoi sostenitori, deve necessariamente includere un deciso sforzo per rovesciare il regime di Saddam Hussein.” La lettera ricordava anche a Bush che “Israele è stato ed è tuttora il più fedele alleato nella lotta contro il terrorismo internazionale.” Nel numero del 1° ottobre del Weekly Standard, Robert Kagan e William Kristol invocavano un cambio di regime in Iraq non appena i Talebani fossero stati sconfitti. Lo stesso giorno, dalle pagine del Washington Post, Charles Krauthammer spiegava che quando gli Stati Uniti avessero finito in Afghanistan, l’obiettivo successivo sarebbe dovuto essere la Siria, seguita da Iran e Iraq: “La guerra al terrorismo si concluderà a Baghdad, quando spazzeremo via il più pericoloso regime del terrore al mondo.”
Questo fu l’inizio di una propaganda senza sosta, con lo scopo di ottenere il sostegno unanime sui programmi di invasione dell’Iraq, manipolando l’informazione in modo da dipingere Saddam come un’imminente minaccia per gli Stati Uniti. Per esempio, Libby fece pressione sugli analisti della CIA affinché trovassero prove valide come pretesto per una guerra, e lo aiutassero a preparare l’informativa che un ormai screditato Colin Powell avrebbe dovuto presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. All’interno del Pentagono, il Gruppo di Valutazione delle Politiche Antiterrorismo fu incaricato di trovare quei legami fra Al-Quaeda e l’Iraq che potevano essere sfuggiti ai servizi segreti della comunità internazionale. I due membri chiave di questo gruppo erano David Wurmser, un neoconservatore intransigente, e Michael Maloof, un libanese-americano molto legato a Richard Perle. Un altro gruppo del Pentagono, l’Ufficio Piani Speciali, ebbe il compito di scoprire prove da usare per poter vendere la storia della guerra . Era capeggiato da Abram Shulsky, un neo-con amico di lunga data di Wolfowitz, e fra le sue file militavano reduci dei famigerati “think tanks” filo-israeliani. Entrambe queste organizzazioni furono create all’indomani dell’11 settembre, e facevano capo a Douglas Feith.
Come in teoria tutti i neo-con, anche Feith aveva forti legami con Israele, oltre ad essere uno storico sostenitore del Likud. Negli anni ’90, ha scritto svariati articoli in favore degli insediamenti, affermando anche che Israele doveva mantenere il controllo dei Territori Occupati. Inoltre, fatto ancora più importante, insieme a Perle e Wurmser, nel giugno del 1996 scrisse per l’allora neoeletto Primo Ministro Netanyahu, la famosa relazione dal titolo “Un Taglio Netto”. Fra le altre cose, in quella relazione si raccomandava a Netanyahu di “impegnarsi ad eliminare il regime di Saddam in Iraq, essendo questo un importante obiettivo strategico anche per Israele.” Vi erano anche esortazioni affinché anche Israele facesse la sua parte nel riordino dell’intero Medio Oriente. Netanyahu non seguì i loro consigli, ma Feith, Perle e Wurmser sarebbero molto presto diventati uomini chiave dell’amministrazione Bush, riuscendo così a perseguire ugualmente i loro scopi. Un cronista dell’Ha’aretz, Akiva Eldar, avvertiva che Feith e Perle “si trovavano su quella sottile linea che separava la lealtà al loro governo dagli interessi di Israele.”
Wolfowitz è altrettanto devoto ad Israele. Il Forward una volta l’ha definito come “la più aggressiva voce filo-israeliana dell’intera amministrazione”, ponendolo nel 2002 in cima ad una lista di 50 personalità che “avevano deliberatamente sostenuto l’attivismo ebraico”. Più o meno nello stesso periodo il JINSA conferiva a Wolfowitz un premio, l’Henry M. Jackson Distinguished Service Award, per aver contribuito a creare un forte legame fra Israele e Stati Uniti, e il Jerusalem Post, descrivendolo come “ferventemente filo-israeliano”, lo nominava “Uomo dell’Anno” nel 2003.
Per finire, è d’obbligo spendere qualche parola sul supporto che prima della guerra è stato dato dai neo-con ad Ahmed Chalabi, l’esule senza scrupoli che ha guidato il Congresso Nazionale dell’Iraq (INC). Lo hanno spalleggiato, e in cambio Chalabi, una volta arrivato al potere, ha stretto rapporti con i gruppi ebraici statunitensi, e si è impegnato a stabilire buone relazioni con Israele. Questo era esattamente ciò che i promotori di un cambio di regime in Iraq volevano ottenere. Matthew Berger, sul Jewish Journal, ha messo in luce l’essenza di questo scambio: “L’INC ha giudicato queste migliorate relazioni come un modo per sfruttare a suo favore l’influenza degli ebrei a Washington e a Gerusalemme, e per cercare di ottenere consenso verso la sua causa. Da parte loro, i gruppi ebraici hanno visto in tutto questo una buona opportunità per aprire la strada a relazioni più amichevoli fra Israele e Iraq, se e quando l’INC fosse salito al potere rimpiazzando il regime di Saddam Hussein.”
Considerando la devozione verso Israele da parte dei neoconservatori, la loro ossessione per l’Iraq, e la loro influenza sull’amministrazione Bush, non è certo sorprendente che molti statunitensi sospettino che la guerra sia iniziata solo per fare un favore ad Israele. Nel marzo scorso, Barry Jacobs, della Commissione Ebraica Statunitense, ha ammesso che l’idea che Israele e i neo-con abbiano cospirato per trascinare gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iraq, era “molto diffusa” fra gli ambienti dell’intelligence internazionale. Comunque, poche persone lo dichiarerebbero pubblicamente, e quei pochi che l’hanno fatto – compresi il senatore Ernest Hollings e il deputato James Moran – sono stati condannati solo per aver sollevato la questione. Alla fine del 2002, Michael Kinsley ha scritto che “la mancanza di una discussione pubblica sul vero ruolo di Israele…è come il proverbiale elefante nella stanza.” La ragione principale della reticenza su questo argomento, continua Kinsley, è la paura di passare per antisemita, ma non ci sono dubbi sul fatto che Israele e la Lobby siano stati fattori chiave nella decisione di entrare in guerra, una decisione che senza il loro operato, gli Stati Uniti avrebbero probabilmente preso con molta più difficoltà. E questa guerra è programmata per essere solo il primo passo. Un titolo sulla prima pagina del Wall Street Journal subito dopo l’inizio del conflitto, recitava: “Il Sogno del Presidente: cambiare non solo il regime, ma l’intera regione. Un’area democratica e filo-statunitense è un obiettivo che ha radici israeliane e neoconservatrici.”
Per lungo tempo, forze filo-israeliane hanno avuto interesse a coinvolgere militarmente gli Stati Uniti in Medio Oriente in modo più diretto, ma durante la Guerra Fredda con scarso successo, poiché in quel momento gli Stati Uniti fungevano da “bilanciatore esterno” nella regione. La maggior parte delle forze destinate al Medio Oriente, come le Forze di Spiegamento Rapido, venivano tenute al sicuro, lontano dalle linee di fuoco. L’idea era quella di mettere l’uno contro l’altro i poteri locali – ecco perché l’amministrazione Reagan sostenne Saddam contro l’Iran rivoluzionario ai tempi della guerra Iraq-Iran – per poter mantenere un equilibrio favorevole agli Stati Uniti.
Questa politica cambiò all’indomani della prima Guerra del Golfo, quando l’amministrazione Clinton adottò la strategia del “doppio contenimento”. Grandi contingenti di forze armate avrebbero stazionato nella regione con il compito di contenere sia l’Iran che l’Iraq, invece di usare ognuno dei due paesi per tenere sotto controllo l’altro. Il padre del doppio contenimento altri non era che Martin Indyk, il quale prima aveva abbozzato questa teoria nel maggio del ’93, quando era al WINEP, e poi l’aveva perfezionata quando era direttore degli Affari per il Medio Oriente e il Sud Est Asiatico al Consiglio di Sicurezza Nazionale.
A metà degli anni ’90, c’era non poco malcontento riguardo al doppio contenimento, in quanto quel tipo di strategia aveva trasformato gli Stati Uniti in un mortale nemico per entrambi i paesi, che peraltro si odiavano l’un l’altro, e costretto Washington a sopportare un peso economico non indifferente. Ma era una strategia gradita alla Lobby, che si dava molto da fare all’interno del Congresso per cercare di preservarla. Pressato dall’AIPAC e non solo, nella primavera del 1995, Clinton diede un giro di vite alla sua politica nella regione, ed impose un embargo economico all’Iran, ma l’AIPAC e i suoi alleati volevano di più. Il risultato fu l’Iran and Libya Sanctions Act, un provvedimento del 1996 che imponeva sanzioni su qualunque compagnia straniera che investisse più di 40 milioni di dollari per lo sviluppo delle risorse petrolifere di Iran e Libia. Come notò all’epoca Ze’ev Schiff, corrispondente di guerra dell’Ha’aretz, “Israele è solo un piccolo elemento in un grande schema, ma chiunque può notare quanto sia capace di influenzare tutti gli altri.”
Alla fine degli anni novanta, tuttavia, i neoconservatori si resero conto che il doppio contenimento non era più sufficiente, e che era necessario che il regime in Iraq venisse abbattuto. Rovesciando Saddam e trasformando l’Iraq in una democrazia, pensavano, gli Stati Uniti avrebbero innescato una catena di cambiamenti in tutto il Medio Oriente. La medesima linea di pensiero era evidente nel documento “Taglio Netto” che i neo-con avevano redatto per Netanyahu. Nel 2002, quando oramai l’invasione dell’Iraq era alle porte, la trasformazione della regione era il vangelo dei circoli neoconservatori.
Charles Krauthammer descrive questo grande progetto come un’invenzione di Natan Sharansky, ma in realtà tutti gli israeliani, di qualunque tendenza politica, pensavano che l’eliminazione di Saddam avrebbe alterato gli equilibri del Medio Oriente a vantaggio di Israele. Aluf Benn scriveva sull’Ha’aretz (17 febbraio 2003): “Alti ufficiali dell’esercito e funzionari vicini al Primo Ministro Ariel Sharon, come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ephraim Halevy, dipingono un meraviglioso quadro del roseo futuro che attende Israele alla fine della guerra. Loro immaginano un effetto domino, con la caduta di Saddam Hussein seguita da quella di tutti gli altri nemici del nostro paese…Con questi leader, il terrorismo e le armi di distruzione di massa scompariranno per sempre.”
Dopo la caduta di Baghdad, a metà aprile del 2003, Sharon e i suoi luogotenenti iniziarono a fare pressioni affinché Washington puntasse su Damasco. Il 16 aprile Sharon, intervistato dallo Yedioth Ahronoth, richiedeva agli Stati Uniti di esercitare “forti pressioni” sulla Siria, mentre il ministro della Difesa Shaul Mofaz, dalle pagine del Ma’ariv, affermava: “Abbiamo una lunga lista di questioni da chiarire con i siriani, e sarebbe appropriato se ciò venisse fatto attraverso la mediazione di Washington.” Ephraim Halevy, parlando ad una riunione del WINEP, disse che era importante che gli Stati Uniti avessero un atteggiamento duro nei confronti della Siria, e il Washington Post scriveva che Israele stava “alimentando la campagna” contro la Siria, fornendo ai servizi segreti statunitensi rapporti sull’operato di Bashar Assad, il presidente siriano.
Importanti esponenti della Lobby usarono gli stessi argomenti. Wolfowitz dichiarò: “E’ necessario un cambio di regime in Siria.”, e Richard Perle disse ad un giornalista che “un breve messaggio, un messaggio di sole tre parole deve essere recapitato ad un altro regime ostile in Medio Oriente. Il messaggio è: Voi siete i prossimi.” Ai primi di aprile, un documento bipartisan redatto dal WINEP, affermava che la Siria “deve tenere ben presente che i paesi che seguono il comportamento sprezzante, irresponsabile e avventato di Saddam, potrebbero finire col fare la sua stessa fine.” Il 16 aprile, Yossi Klein Halevi scriveva un articolo sul Los Angeles Times, intitolato “Prossima Mossa: Giro di Vite in Siria.”, mentre il titolo di un articolo di Zev Chafets comparso il giorno dopo sul New York Daily News recitava: “Anche la Siria filo-terrorista ha bisogno di un cambiamento.” Per non essere da meno, Lawrence Kaplan scriveva sul New Republic del 21 aprile che Assad era una seria minaccia per gli Stati Uniti.
Tornando al Campidoglio, il membro del Congresso Eliot Engel, aveva reintrodotto l’Atto per la Responsabilità della Siria e il Ripristino della Sovranità Nazionale del Libano. Quest’atto minacciava sanzioni nei confronti della Siria se non avesse ritirato le sue truppe dal Libano, consegnato le sue armi di distruzione di massa e smesso di fiancheggiare i terroristi; inoltre invitava Siria e Libano a fare passi concreti per ristabilire rapporti di pace con Israele. Questo documento era stato fortemente voluto dalla Lobby – e soprattutto dall’AIPAC – e “formulato”, secondo la Jewish Telegraph Agency, “da alcuni dei migliori amici di Israele al Congresso.” L’amministrazione Bush non ne era particolarmente entusiasta, ma l’atto passò con una maggioranza schiacciante (398 a 4 alla Camera, 89 a 4 al Senato), e il 12 dicembre del 2003 Bush lo firmò, facendolo diventare legge.
January 31
Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della Lobby: il giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti di Medio Oriente “sono dominati da persone che non possono nemmeno pensare di criticare Israele.” Alterman ha stilato una lista di 61 “editorialisti e commentatori che appoggiano Israele senza alcuna riserva.” Dall’altra parte, ha contato cinque opinionisti critici nei confronti di Israele, e che appoggiano le posizioni arabe. Solo raramente sui giornali appaiono editoriali in contrasto con la politica israeliana, e naturalmente la bilancia pende nettamente dall’altra parte. E’ molto difficile pensare che un grande giornale negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come questo.
“Shamir, Sharon, Bibi (Benyamin Netanyahu. N.d.T.) – qualunque cosa vogliano questi ragazzi, per me va più che bene.”, ha confessato Robert Bartley, e infatti il giornale da lui diretto, il Wall Street Journal, pubblica regolarmente articoli che esaltano le virtù di Israele, esattamente come fanno altre importanti testate quali il Chicago Sun-Times o il Washington Times. Anche riviste come Commentary, New Republic o Weekly Standard sostengono Israele incondizionatamente.
Editoriali schierati si trovano anche su giornali come il New York Times, che comunque occasionalmente si azzarda perfino a criticare Israele e ad ammettere che le lamentele dei palestinesi hanno qualche fondamento, senza però che ciò lo renda un giornale equidistante. Nelle sue memorie, l’ex direttore editoriale del NYT Max Frankel, riconosce l’impatto che hanno avuto sulla sua linea editoriale le sue personali convinzioni: “Sono stato molto più profondamente legato ad Israele di quanto non abbia il coraggio di ammettere…Corroborato dalla mia conoscenza della situazione israeliana e dalle mie amicizie in quel paese, ho scritto io stesso la maggior parte dei nostri editoriali sul Medio Oriente, e come molti lettori, sia arabi che ebrei, hanno notato, li ho scritti da una prospettiva decisamente filo-israeliana.”
Le inchieste giornalistiche sono invece, per forza di cose, molto più obiettive, non solo perché i reporter si sforzano di esserlo, ma anche perché è difficile descrivere gli eventi nei Territori Occupati senza riconoscere le responsabilità delle azioni israeliane. Per scoraggiare inchieste scomode, la Lobby organizza massicce campagne di invio di lettere, manifestazioni e boicottaggi nei confronti di canali informativi il cui contenuto è considerato anti-israeliano. Un dirigente della CNN ha raccontato che più di una volta gli è capitato di ricevere oltre 6000 mail in un solo giorno, da parte di persone scontente per un servizio andato in onda. Nel maggio 2003, la filo-israeliana Committee for Accurate Middle East Reporting in America (Commissione per un’Accurata Informazione sul Medio Oriente – CAMERA) organizzò in 33 città, manifestazioni davanti alle stazioni della National Public Radio (NPR): cercava di persuadere la gente a non versare più i contributi alla NPR fino a quando i suoi servizi dal Medio Oriente non fossero diventati più indulgenti nei confronti di Israele. A quel che si dice, la stazione NPR di Boston, la WBUR, perse più di un milione di dollari di sovvenzioni a causa di quelle manifestazioni. Ulteriori pressioni sulla NPR arrivano dagli amici di Israele al Congresso, i quali hanno richiesto una maggiore accuratezza e una verifica interna riguardo ai servizi dal Medio Oriente.
Il punto di vista israeliano oggi domina anche nei “think tank” (lett. “serbatoio di idee”, l’espressione indica gruppi di ricerca o luoghi di pensiero che riuniscono intellettuali e professionisti di vari settori al fine di indirizzare o dettare linee politiche, economiche o scientifiche. N.d.T.), che giocano un ruolo fondamentale nel plasmare l’opinione pubblica. La Lobby ha creato un suo personale think tank nel 1985, quando Martin Indyk contribuì a fondare il WINEP. Nonostante il WINEP tenda a minimizzare i propri legami con Israele, dichiarando di fornire una visione “equilibrata e realistica” sulla questione mediorientale, è stato fondato e guidato da persone fortemente impegnate a promuovere i programmi di Israele.
L’influenza della Lobby si estende tuttavia ben oltre il WINEP. Negli ultimi 25 anni, forze filo-israeliane hanno preso possesso di organizzazioni come l’American Enterprise Institute, il Brookings Institution, il Center for Security Policy, il Foreign Policy Research Institute, l’Heritage Foundation, l’Hudson Institute, l’Institute for Foreign Policy Analysis e il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA). In tutte queste istituzioni sono presenti pochissimi critici, se non nessuno, che dissentono sul sostegno degli Usa ad Israele.
Prendiamo ad esempio il Brookings Institution (un centro studi vicino ai Democratici. N.d.T.). Per molti anni, il suo maggiore esperto di Medio Oriente è stato William Quandt, ex funzionario dell’NSC (Consiglio della Sicurezza Nazionale) con una meritata reputazione di grande equilibrio. Oggi le inchieste del Brookings vengono condotte attraverso il Centro Saban per gli Studi sul Medio Oriente, un centro finanziato da Haim Saban, uomo d’affari israelo-statunitense e fervente sionista. Il direttore del centro è l’ubiquo e onnipresente Martin Indyk. Quello che una volta era un’istituzione fuori dal coro, oggi è l’ennesimo sostenitore della politica israeliana.
Dove però la Lobby trova una certa difficoltà a soffocare il dibattito, è nei campus universitari. Negli anni ’90, mentre il processo di Oslo prendeva l’avvio, esisteva solo un blando dissenso nei confronti di Israele, dissenso che è poi cresciuto esponenzialmente in seguito al fallimento di Oslo e all’arrivo al potere di Sharon, diventando addirittura veemente quando l’esercito israeliano nella primavera del 2002 ha rioccupato la Cisgiordania, e ha soffocato in un bagno di sangue la seconda Intifada.
Lo slogan della Lobby divenne immediatamente “riprendiamoci i campus”. Spuntarono nuovi gruppi, come Caravan for Democracy, che portò relatori israeliani nei college statunitensi. Iniziarono ad entrarvi anche associazioni già esistenti come il Jewish Council for Public Affairs o Hillel, e venne costituito un nuovo gruppo, l’Israel on Campus Coalition, per coordinare le varie associazioni che cercavano di imporre la questione israeliana. Infine, l’AIPAC triplicò i fondi destinati al monitoraggio delle attività universitarie, e alla formazione di giovani sostenitori, in modo da “espandere considerevolmente il numero di studenti nei campus…mettendo in atto un’operazione filo-israeliana a livello nazionale.”
La Lobby controlla perfino quello che i professori scrivono o insegnano. Nel settembre 2002, Martin Kramer e Daniel Pipes, due appassionati neo-conservatori filo-israeliani, crearono un sito (Campus Watch) che pubblicava dossier su accademici sospetti, e incoraggiava gli studenti a riferire osservazioni o comportamenti che potevano considerarsi ostili ad Israele. Questo evidente tentativo di schedatura e di intimidazione degli studenti, provocò una violenta reazione, e Pipes e Kramer dovettero rimuovere i dossier, ma ancora oggi il sito invita gli studenti a riferire su eventuali attività anti-israeliane.
I gruppi che fanno parte della Lobby, esercitano una pressione particolare su alcuni accademici e università. La Columbia è stata spesso un bersaglio, certamente a causa della presenza nella sua facoltà di Edward Said. Jonathan Cole, il rettore, ha dichiarato: “Si può essere certi che qualunque dichiarazione pubblica in favore dei palestinesi fatta dall’eminente critico letterario Edward Said, susciterà una valanga di mail, lettere e articoli giornalistici che ci esorteranno a denunciarlo, a sanzionarlo e perfino a licenziarlo.” Quando la Columbia assunse lo storico Rashid Khalidi da Chicago, successe la stessa cosa. Qualche anno dopo, Princeton considerò l’ipotesi di strappare Khalidi alla Columbia, e si trovò ad affrontare il medesimo problema.
Un classico esempio del lavoro di questa sorta di polizia accademica: verso la fine del 2004, il Progetto David produsse un film che affermava che membri del programma Studi sul Medio Oriente della Columbia erano antisemiti e minacciavano studenti ebrei che prendevano le parti di Israele. La Columbia ricevette una strigliata, ma una commissione di facoltà incaricata di condurre un’indagine, non scoprì alcuna prova di questo presunto antisemitismo, e l’unico episodio degno di nota fu quando un professore “rispose con veemenza” alla domanda di uno studente. La commissione peraltro scoprì anche che lo stesso professore era stato oggetto di una plateale campagna intimidatoria.
L’aspetto forse più disturbante di questa faccenda, è la spinta esercitata dai gruppi ebraici sul Congresso affinché si costituisca un organismo di controllo sui professori universitari. Se riusciranno a far passare questa proposta, tutte le università ritenute colpevoli di una condotta anti-israeliana potrebbero perdere i fondi federali. Ciò non è ancora avvenuto, ma è un’indicazione di quanto sia importante il problema del controllo. Un gruppo di filantropi ebrei ha recentemente dato il via ad un programma di Studi su Israele (come se non bastassero i circa 130 programmi analoghi già esistenti) così da aumentare il numero di studenti filo-israeliani nei campus. Nel maggio 2003, la New York University ha annunciato l’istituzione del Taub Center for Israel Studies; la stessa cosa hanno fatto Berkeley, Brandeis ed Emory. I dirigenti universitari enfatizzano il valore pedagogico di questi studi, ma la verità è che essi servono solo a promuovere l’immagine di Israele. Fred Laffer, capo della Taub Foundation, chiarisce che la sua fondazione ha finanziato il centro della NYU per contrastare il “punto di vista arabo [sic]”, a suo dire predominante nei programmi di studio sul Medio Oriente della NYU.
Nessuna discussione sulla Lobby sarebbe completa senza prendere in esame una delle sue armi più potenti: l’accusa di antisemitismo. Chiunque osi criticare le azioni di Israele o sostenere che i gruppi ebraici influenzano significativamente la politica mediorientale degli Stati Uniti – un’influenza peraltro sbandierata dall’AIPAC – ha ottime probabilità di essere tacciato di antisemitismo. Anzi, basta semplicemente dichiarare che una Lobby Ebraica esiste, per venire travolti dalla medesima accusa, nonostante gli stessi media Israeliani parlino apertamente di una Lobby Ebraica negli Stati Uniti. In parole povere, la Lobby, prima si vanta del suo potere, e poi attacca chiunque richiami l’attenzione su di essa. Naturalmente è una tattica molto efficace, perchè a nessuno piace sentirsi accusare di essere antisemita..
Gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la politica di Israele, tanto che si parla di una recrudescenza di antisemitismo in Europa. All’inizio del 2004, l’ambasciatore Usa all’Unione Europea ha detto: “Stiamo tornando al punto in cui eravamo negli anni 30.” Misurare l’antisemitismo non è una cosa semplice, ma molti indizi puntano decisamente nella direzione opposta. Nella primavera del 2004, quando le voci di un antisemitismo europeo giunsero negli Stati Uniti, ricerche separate condotte sull’opinione pubblica europea da organismi statunitensi come la Lega Anti-Diffamazione e il Pew Research Center for the People and the Press (uno dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa. N.d.T.), hanno rilevato che l’antisemitismo è in declino. Per fare un paragone, negli anni ’30, non solo l’antisemitismo era un sentimento diffuso fra gli europei di tutte le classi sociali, ma anche considerato tutto sommato accettabile.
La Lobby e i suoi amici dipingono spesso la Francia come il più antisemita fra i paesi europei, anche se nel 2003, il capo della comunità ebraica francese dichiarò che “la Francia non è più antisemita degli Stati Uniti.” Secondo un recente articolo apparso sull’Ha’aretz, la polizia francese ha riferito che nel 2005 i crimini di matrice antisemita sono calati di quasi il 50 per cento, e questo nonostante in Francia viva la più grande comunità musulmana d’Europa. Inoltre, quando il mese scorso a Parigi, un ebreo francese è stato ucciso da una banda di islamici, decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade per manifestare contro l’antisemitismo. Sia Jacques Chirac che Dominique de Villepin hanno assistito ai funerali della vittima per testimoniare la loro solidarietà.
Nessuno vuole negare il fatto che esista l’antisemitismo fra i musulmani europei, in parte provocato dalla violenza di Israele nei confronti dei palestinesi, e in parte puramente razzista, ma è una cosa talmente diversa, da rendere assurdi i paragoni fra l’Europa di oggi e quella degli anni trenta. E’ d’altra parte innegabile che ci sia ancora un certo numero di violenti antisemiti autoctoni in Europa (così come ci sono negli Stati Uniti), ma sono pochi, e le loro idee vengono stigmatizzate dalla larga maggioranza degli europei.
I difensori di Israele, se spinti a fornire qualcosa di più di semplici asserzioni, sostengono che c’è un “nuovo antisemitismo”, che va di pari passo con l’ostilità politica nei confronti di Israele. In altre parole, criticare la politica di Israele fa di una persona un antisemita per definizione. Quando il sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha di recente votato un documento in cui si decideva di disinvestire dalla Caterpillar Inc. (alla fine del 2004, la Chiesa d’Inghilterra possedeva azioni della Caterpillar per un valore di 2,2 milioni di sterline. N.d.T.), responsabile di produrre i bulldozer usati da Israele per demolire le abitazioni dei palestinesi, il Rabbino Capo ha avvertito che ciò “avrebbe avuto ripercussioni molto negative sulle relazioni fra ebrei e cristiani in Gran Bretagna.”, e il Rabbino Tony Bayfield, capo del movimento riformista, ha dichiarato: “Esiste un evidente problema: un sentimento anti-Sionista – che rasenta l’antisemitismo – sta emergendo e prendendo piede, perfino nel cuore della Chiesa.” In realtà, l’unica colpa della Chiesa è quella di protestare contro la politica di Israele.
Chi critica viene anche accusato di voler tenere Israele su un basso livello qualitativo di vita, e di mettere in discussione perfino il suo stesso diritto di esistere, ma anche queste sono accuse campate in aria. Gli oppositori occidentali di Israele non hanno la minima intenzione di negargli questo diritto, si limitano a criticare il suo comportamento verso i palestinesi, cosa che fanno anche gli stessi israeliani. Queste critiche non possono nemmeno considerarsi inique. Il trattamento nei confronti dei palestinesi suscita critiche perché è contrario al concetto universale di “diritti umani”, alle leggi internazionali e al principio di auto-determinazione dei popoli, e da questi punti di vista non è certo l’unico paese al mondo ad essere osteggiato.
Nell’autunno del 2001, e soprattutto nella primavera del 2002, l’amministrazione Bush tentò di porre un freno al dilagante sentimento antiamericano nel mondo arabo e di evitare che alcuni paesi sostenessero gruppi terroristici come Al-Quaeda, mettendo dei limiti alla politica israeliana di espansione nei Territori Occupati e cercando di favorire la creazione di uno stato palestinese. Bush aveva a disposizione mezzi di persuasione molto efficaci. Avrebbe potuto minacciare Israele di limitare il sostegno economico e diplomatico, e quasi tutta l’opinione pubblica negli Usa sarebbe stata certamente dalla sua parte. Un sondaggio del maggio 2003, riportò che più del 60 per cento degli statunitensi era d’accordo nel bloccare gli aiuti se Israele si fosse rifiutato di interrompere il conflitto, e la percentuale saliva al 70 per cento fra le persone “politicamente attive”. Inoltre, il 73 per cento era convinto che gli Usa non dovessero favorire nessuna delle due parti.
Non essendo Washington riuscita a cambiare la politica di Israele, ha finito col sostenerla. Nel tempo, l’amministrazione ha anche adottato le stesse giustificazioni di Israele per legittimare le sue posizioni, così la retorica statunitense è diventata un’imitazione di quella israeliana. Nel febbraio 2003, un titolo del Washington Post riassumeva così la situazione: “Bush e Sharon, politica quasi identica in Medio Oriente”. La principale ragione di questa svolta sta nella Lobby.
La storia inizia alla fine di settembre del 2001, quando Bush esortava Sharon a mostrare una certa moderazione nei Territori Occupati. Inoltre faceva pressioni affinché permettesse al ministro degli Esteri Shimon Peres di incontrare Yasser Arafat, nonostante anche Bush fosse decisamente critico nei confronti della condotta del leader palestinese. Il presidente Usa arrivò perfino a dichiarare di essere favorevole alla costituzione di uno stato palestinese. Allarmato, Sharon lo accusò di cercare di “placare gli arabi a nostre spese”, avvertendo che “Israele non è la Cecoslovacchia.”
Bush s’infuriò all’idea di essere stato paragonato a Chamberlain, e l’ufficio stampa della Casa Bianca definì le parole di Sharon “inaccettabili”. Sharon presentò delle formali scuse di facciata, e subito dopo iniziò a collaborare con la Lobby per persuadere il governo e il popolo statunitense che Usa e Israele si trovavano a fronteggiare una comune minaccia terroristica. Funzionari del governo israeliano e rappresentanti della Lobby insistettero sul fatto che non c’era nessuna differenza fra Arafat e Osama bin Laden: Usa e Israele avrebbero dovuto isolare il leader palestinese in modo da non avere più niente a che fare con lui.
La Lobby si mise anche al lavoro all’interno del Congresso. Il 16 novembre, 89 senatori inviarono a Bush una lettera, pregandolo di rifiutarsi di incontrare Arafat, ma chiedendo anche che gli Stati Uniti non limitassero Israele nelle sue rappresaglie contro i palestinesi; l’amministrazione, recitava il documento, deve dichiarare pubblicamente di essere al fianco di Israele. Secondo il New York Times, quella lettera “era figlia” di un meeting che aveva avuto luogo due settimane prima, fra “i capi della comunità ebraica statunitense e importanti senatori”, aggiungendo che l’AIPAC era stata “particolarmente attiva nel dispensare consigli riguardo alla lettera.”
A fine novembre, le relazioni fra Washington e Tel Aviv erano decisamente migliorate, in parte grazie agli sforzi della Lobby, e in parte grazie all’iniziale vittoria degli Usa in Afghanistan, che diede agli Stati Uniti la fallace sensazione di non aver bisogno del sostegno arabo nella guerra contro Al-Quaeda. Sharon andò in visita alla Casa Bianca ai primi di dicembre, ed ebbe con Bush un incontro molto amichevole.
Nell’aprile del 2002 iniziarono di nuovo i guai, quando l’esercito israeliano lanciò l’Operazione Scudo Difensivo e riassunse il controllo di praticamente tutte le maggiori aree palestinesi nella Cisgiordania. Bush sapeva che le azioni di Tel Aviv avrebbero danneggiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo islamico e reso più difficoltosa la guerra al terrorismo, così chiese a Sharon di “bloccare le incursioni e iniziare il ritiro delle truppe.” Il messaggio fu sottolineato due giorni più tardi, quando ribadì la richiesta di un “ritiro immediato” da parte delle truppe israeliane. Il 7 aprile, Condoleezza Rice, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, disse ai giornalisti: “Immediato significa immediato. Significa subito.” Lo stesso giorno, Colin Powell partì per il Medio Oriente per convincere le due parti ad interrompere i combattimenti e dare il via ad un negoziato di pace.
Israele e la Lobby si misero immediatamente in azione. Funzionari filo-israeliani dell’ufficio del vicepresidente e del Pentagono, ed esperti neoconservatori come Robert Kagan e William Kristol, misero pressione su Powell. Lo accusarono perfino di aver “dimenticato la differenza fra i terroristi e chi combatte contro i terroristi”. Bush stesso era manovrato da capi ebraici e cristiani evangelici. Soprattutto Tom DeLay e Dick Armey furono molto convincenti riguardo alla necessità di sostenere Israele, e DeLay e Trent Lott, leader di minoranza al Senato, si recarono alla Casa Bianca per intimare a Bush di fare marcia indietro.
Il primo indizio sul fatto che Bush stesse tornando sui suoi passi comparve l’11 aprile – una settimana dopo che aveva intimato a Sharon di ritirare le sue truppe –, quando l’ufficio stampa della Casa Bianca fece sapere che il presidente riteneva Sharon “un uomo di pace”. Bush ribadì pubblicamente il concetto in occasione del ritorno di Powell dalla sua fallimentare missione, e raccontò ai giornalisti di aver avuto da Sharon risposte soddisfacenti in merito alla sua richiesta di un totale e immediato ritiro delle truppe. Sharon ovviamente non aveva fatto nulla del genere, ma Bush non era più disposto ad affrontare la questione.
Nel frattempo, anche il Congresso si preparava a prendere la stessa direzione. Il 2 maggio, incurante delle obiezioni dell’amministrazione, approvò due risoluzioni che riaffermavano il pieno supporto ad Israele (il risultato delle votazioni al Senato fu di 94 a 2; alla Camera, 352 a 21). Entrambe le risoluzioni stabilivano che gli Stati Uniti “offrivano piena solidarietà ad Israele”, e che i due paesi, per citare i documenti, “erano ora impegnati in una comune battaglia contro il terrorismo.”. La versione della Camera di quel documento, condannava anche “la coordinazione e il continuo sostegno ai gruppi terroristici offerto da Yasser Arafat”, dipinto come la colonna portante del sistema terroristico. Entrambe le risoluzioni furono redatte con l’aiuto della Lobby. Alcuni giorni dopo, una delegazione bipartisan del Congresso in missione in Israele, dichiarò che Sharon avrebbe resistito alle pressioni statunitensi per un negoziato con Arafat. Il 9 maggio, apposite sottocommissioni della Camera si riunirono per esaminare l’ipotesi di finanziare Israele con 200 milioni di dollari extra, con lo scopo di combattere il terrorismo. Powell era contrario, la Lobby era favorevole, e Powell perse.
In breve, Sharon e la Lobby hanno sfidato il presidente degli Stati Uniti, e ne sono usciti da trionfatori. Hemi Shalev, un giornalista del quotidiano israeliano Ma’ariv, ha riferito che l’entourage di Sharon “non riuscì a nascondere la soddisfazione per il fallimento della missione di Powell. Sharon guardò il presidente Bush negli occhi, fece lo sbruffone, e il presidente abbassò lo sguardo per primo.” Ma furono i difensori di Israele negli Usa a giocare un ruolo fondamentale nella sconfitta di Bush, non Sharon o il governo di Tel Aviv.
Da allora, la situazione è leggermente cambiata. L’amministrazione Bush ha continuato a rifiutare ogni contatto con Arafat. Dopo la sua morte, ha appoggiato il nuovo leader palestinese, Mahmoud Abbas, facendo però ben poco per aiutarlo. Sharon ha continuato a sviluppare il suo piano per imporre unilateralmente ai palestinesi un accordo, basato sul “disimpegno” da Gaza, e sulla contemporanea continua espansione nella Cisgiordania. Rifiutandosi di trattare con Abbas, e rendendogli dunque impossibile mostrare al popolo palestinese progressi tangibili, Sharon ha di fatto contribuito all’arrivo al potere di Hamas. Comunque, con la vittoria elettorale di Hamas ora Israele ha un’altra ottima scusa per non trattare. Il governo Usa ha sostenuto l’operato di Sharon (e ora del suo successore, Ehud Olmert). Bush ha persino approvato l’annessione unilaterale dei Territori Occupati, ribaltando le consuetudini politiche di tutti i presidenti, da Lyndon Johnson in poi.
I governanti statunitensi hanno blandamente criticato alcune azioni israeliane, ma nello stesso tempo hanno fatto davvero poco per contribuire alla creazione di una vera nazione palestinese. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, nell’ottobre del 2004, ha detto: “Sharon riesce a manipolare Bush come e quando vuole.” Se Bush cercasse di prendere le distanze da Israele o addirittura criticarne l’operato nei Territori Occupati, si troverebbe a dover fare i conti con l’ira della Lobby e dei suoi esponenti al Congresso. Anche i candidati presidenziali democratici sanno che questo è inevitabile, ragion per cui John Kerry nel 2004 si è premurato di ostentare incondizionato supporto ad Israele, e lo stesso sta facendo oggi Hillary Clinton (nella foto).
Una politica a favore degli israeliani e contraria ai palestinesi, è in cima alle preoccupazioni della Lobby, ma le sue ambizioni non si fermano qui. Vuole anche che gli Stati Uniti aiutino Israele a rimanere la potenza dominante nella regione. Il governo di Tel Aviv e i gruppi ebraici statunitensi agiscono in collaborazione per plasmare la politica Usa nei confronti di Iraq, Siria e Iran, secondo un grande progetto di riordino del Medio Oriente.
Le pressioni da parte di Israele e della Lobby non sono state l’unico fattore che ha determinato l’attacco all’Iraq nel 2003, ma sicuramente uno dei più importanti. Alcuni pensano che questa guerra sia stata fatta per il petrolio, ma non esiste nessuna prova diretta a supporto di questa tesi. La guerra è invece stata motivata soprattutto dal desiderio di rendere lo stato di Israele più sicuro. Secondo Philip Zelikow, ex membro del Foreign Intelligence Advisory Board (un organo consultivo per le questioni strategiche insediato presso la Casa Bianca. N.d.T.), direttore esecutivo della commissione che indaga sui fatti dell’11 Settembre, e attualmente consigliere di Condoleezza Rice, la “vera minaccia” dell’Iraq non era diretta agli Stati Uniti. La “minaccia sottintesa” era “nei confronti di Israele”, ha detto Zelikow in un discorso all’Università della Virginia nel settembre del 2002. “Il governo degli Stati Uniti”, ha aggiunto, “non vuole esporsi troppo, perché la questione non è una delle più popolari”.
Il 16 agosto del 2002, 11 giorni prima che Dick Cheney desse inizio alla guerra con un discorso intransigente ai Veterani di Guerra, il Washington Post riportò che “Israele esortava gli ufficiali statunitensi a non rimandare oltre un attacco militare contro l’Iraq di Saddam Hussein”. A questo punto, secondo Sharon, la coordinazione strategica fra Israele e Stati Uniti aveva raggiunto “una dimensione senza precedenti”, e ufficiali dei servizi segreti israeliani fornivano a Washington una grande quantità di preoccupanti rapporti che riguardavano i programmi iracheni per la costruzione di Armi di Distruzione di Massa. Come ha esposto in seguito un generale israeliano in pensione, “L’intelligence israeliana era in gran parte responsabile del quadro sulle armi non convenzionali irachene, descritto dai servizi segreti statunitensi e britannici.”
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IMPERIALISMO: LA LOBBY ISRAELIANA E LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI
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DI JOHN MEARSHEIMER E STEPHEN WALT
Nei decenni scorsi, soprattutto dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, le relazioni fra Stati Uniti e Israele hanno costituito il cardine della politica mediorientale statunitense. L’incondizionato supporto ad Israele e i tentativi di “esportare la democrazia” in tutta la regione hanno gettato benzina sul fuoco della contestazione araba e islamica, e messo a repentaglio la sicurezza non solo degli Stati Uniti, ma anche di gran parte del resto del mondo. Questa situazione non ha precedenti nella storia politica statunitense. Perchè gli Stati Uniti hanno voluto compromettere la loro stessa sicurezza e quella dei loro alleati, per difendere gli interessi di un’altra nazione? Si potrebbe sostenere che il legame tra i due paesi sia fondato sulla condivisione dei medesimi interessi strategici e di rigorosi imperativi morali, ma nemmeno questa spiegazione può giustificare l’enorme mole di materiale e di supporto diplomatico fornito ad Israele." In realtà, le ingerenze degli Usa nella regione derivano quasi interamente dalla politica interna, e soprattutto dall’attività della cosiddetta “Lobby Ebraica”. Altri gruppi di potere sono riusciti ad indirizzare la politica estera, ma nessuna lobby è mai riuscita a dirottarla così lontano dagli interessi nazionali, riuscendo nello stesso tempo a convincere l’opinione pubblica che gli interessi degli Stati Uniti coincidevano perfettamente con quelli di Israele.
Dalla Guerra del Kippur di Ottobre 1973, Washington ha fornito ad Israele un supporto tale da fare impallidire quello dato a qualunque altro paese. Dal 1976 in poi, è stato il maggiore beneficiario annuale di sovvenzioni militari ed economiche, e il maggior beneficiario in assoluto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo ricevuto la gigantesca somma di 140 miliardi di dollari. Israele riceve circa 3 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti diretti, all’incirca un quinto dell’intera cifra destinata agli aiuti esteri, il che significa 500 dollari all’anno per ogni israeliano. Tutta questa generosità colpisce in modo particolare, soprattutto perché oggi Israele è una ricca potenza industriale, con un reddito pro capite molto simile a quello della Corea del Sud o della Spagna.
Gli altri beneficiari ricevono il denaro con cadenza trimestrale, invece Israele riceve l’intera somma all’inizio di ogni anno fiscale, avendo quindi anche la possibilità di percepirne gli interessi. Molti destinatari che ricevono aiuti per scopi militari, sono obbligati a spendere tutta la cifra negli Stati Uniti, mentre ad Israele è concesso di utilizzare circa il 25 per cento dei suoi finanziamenti per sostenere la propria industria bellica. E’ l’unico beneficiario che non è tenuto a rendere conto su come spende i soldi degli aiuti, il che rende virtualmente impossibile evitare che il denaro venga impiegato per scopi a cui gli Usa sono contrari, come ad esempio la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania. Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno messo a disposizione di Israele quasi 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dei suoi armamenti, oltre a permettergli l’acquisto di armamenti di primo livello, come gli elicotteri Blackhawk o i caccia F-16. Per chiudere, gli Usa concedono ad Israele libero accesso alle informazioni dei servizi segreti, negate invece ai loro alleati della NATO, ed hanno chiuso entrambi gli occhi quando Israele si è dotato di armi nucleari.
Washington si occupa anche di fornire un consistente sostegno diplomatico. Dal 1982, gli Stati Uniti hanno posto il veto su 32 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contrarie ad Israele, più del numero totale di veti posti da tutti gli altri membri del Consiglio. Inoltre gli Usa continuano a contrastare gli sforzi compiuti dagli stati arabi affinché l’arsenale nucleare israeliano venga inserito nel programma di controlli della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).
Gli Stati Uniti corrono in soccorso di Israele in tempo di guerra, e si schierano al suo fianco in tempo di pace. L’amministrazione Nixon lo ha protetto dalla minaccia di un’invasione sovietica, e lo ha sovvenzionato durante la Guerra del Kippur. Washington è intervenuta pesantemente durante i negoziati che posero fine a quella guerra, così come nel lungo processo “passo a passo” che ne seguì, e allo stesso modo giocò un ruolo fondamentale nei negoziati che precedettero e seguirono gli accordi di Oslo del 1993. In ognuno di questi casi ci furono sporadici attriti fra Stati Uniti e Israele, ma il supporto alle posizioni di Israele fu sempre molto consistente. Un funzionario statunitense che partecipò agli incontri di Camp David del 2000, in seguito affermò: “Troppo spesso la nostra funzione è stata quella di fare l’avvocato di Israele.” In definitiva, l’ambizione del governo Bush di trasformare il Medio Oriente è, almeno parzialmente, rivolta al miglioramento della situazione strategica di Israele.
Questa straordinaria generosità sarebbe comprensibile se Israele fosse una risorsa strategica vitale, oppure se esistesse un obbligo morale di protezione da parte degli Stati Uniti, ma nessuna di queste due ragioni suona convincente. Qualcuno potrebbe obiettare che, durante la Guerra Fredda, Israele è stato un prezioso alleato, fungendo da mandatario degli Usa. Dopo il 1967 inoltre, contribuì a contenere l’espansione sovietica nella regione, ed inflisse sconfitte militari umilianti ad alleati dell’URSS come Siria ed Egitto. Occasionalmente offrì anche protezione ad alleati statunitensi (ad esempio Re Hussein di Giordania), e le sue capacità militari costrinsero Mosca a spendere molto di più per supportare adeguatamente i suoi stati clienti. Fornì poi agli Stati Uniti utili informazioni riguardo al potenziale sovietico.
Tuttavia, l’appoggio ad Israele è stato tutt’altro che a buon mercato, e ha complicato le relazioni fra gli Stati Uniti e il mondo arabo. Per esempio, la decisone di dare ad Israele 2,2 miliardi di dollari in aiuti militari di emergenza durante la Guerra d’Ottobre (o Guerra del Kippur), innescò un embargo petrolifero da parte dell’OPEC che ebbe conseguenze catastrofiche sulle economie occidentali. Da parte loro, le forze armate israeliane non erano nelle condizioni di ricambiare il favore, proteggendo gli interessi degli Usa nella regione, e infatti, gli Stati Uniti non poterono contare su Israele quando la Rivoluzione Iraniana del 1979 sollevò preoccupazioni riguardo alla sicurezza delle forniture di petrolio, e dovettero invece istituire una propria Forza di Spiegamento Rapido.
La prima Guerra del Golfo rivelò la vera dimensione dell’importanza strategica che Israele stava assumendo. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto usare la basi israeliane senza mandare all’aria la coalizione anti-Iraq, e furono costretti a dirottare notevoli risorse (come la batterie di missili Patriot) per evitare che Tel Aviv prendesse iniziative che potessero mettere in pericolo l’alleanza contro Saddam Hussein. La storia si è ripetuta nel 2003: nonostante Israele fosse un accanito sostenitore dell’attacco all’Iraq, Bush non potè chiedergli aiuto per non scatenare l’opposizione araba, e così ancora una volta Israele rimase in panchina.
All’inizio degli anni 90, e soprattutto dopo l’11 settembre, il sostegno da arte degli Usa è stato giustificato con il fatto che entrambe le nazioni sono minacciate dal terrorismo arabo e musulmano, e da quegli “stati canaglia” che appoggiano gruppi terroristici e preparano armi di distruzione di massa. Questo sta a significare che non solo Washington dovrebbe dare carta bianca ad Israele nel trattare con i palestinesi, senza quindi obbligarli a fare concessioni fino a quando i terroristi non saranno stati tutti catturati e uccisi, ma che anche gli Stati Uniti devono perseguitare paesi come l’Iran e la Siria. Di conseguenza, Israele viene presentato come un alleato fondamentale nella guerra al terrorismo, perché i suoi nemici sono anche i nemici degli Stati Uniti.
Il “Terrorismo” non è un unico avversario, ma una tattica impiegata da un vasto assortimento di gruppi politici. Le organizzazioni terroristiche che minacciano Israele non sono le stesse che minacciano gli Stati Uniti, tranne quando intervengono contro di loro (come in Libano nel 1982). Oltretutto il terrorismo palestinese non è una violenza casuale diretta contro Israele o contro un generico “Occidente”, ma la risposta alla reiterata campagna di colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza condotta dagli israeliani.
Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia terroristica significa stabilire una relazione di causa-effetto rovesciata: gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo a causa della loro stretta alleanza con Israele, e non il contrario. Quest’alleanza non è l’unica causa del terrorismo, ma sicuramente una delle più importanti, e rende ancora più difficile la vittoria nella guerra contro il terrore. Non c’è alcun dubbio sul fatto che molti dei capi di Al-Quaeda, incluso Bin Laden, traggano motivazioni dalla presenza israeliana a Gerusalemme e dalla difficile situazione dei palestinesi. Un incondizionato sostegno ad Israele non fa altro che facilitare il compito degli estremisti nel portare dalla propria parte l’opinione pubblica e nel reclutare volontari.
Così, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una vera minaccia per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo diventano nel momento in cui lo sono per Israele. Perfino se questi stati acquisissero armi atomiche, cosa ovviamente non auspicabile, né gli Usa né Israele potrebbero essere davvero ricattabili, poiché il ricattatore non potrebbe mettere in atto le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Il pericolo che i terroristi vengano in possesso di armi nucleari è comunque remoto, perché uno stato canaglia non potrebbe avere la certezza che la consegna passerebbe inosservata, o che non verrebbero accusati e immediatamente puniti. Le attuali relazioni con Israele rendono sempre più difficile per gli Stati Uniti trattare con questi paesi. L’arsenale nucleare israeliano è una delle ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono l’atomica, e minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo desiderio.
Un’ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore strategico di Israele è il fatto che non si comporta da alleato leale. I funzionari israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e si rimangiano le promesse (inclusi gli impegni a non costruire più insediamenti e ad astenersi dagli “omicidi mirati” dei leader palestinesi). Israele ha fornito tecnologia militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la Cina, in quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha definito “un sistematico e crescente processo di trasferimenti non autorizzati”. Secondo il General Accounting Office (l’Ufficio Contabile del Congresso, l’equivalente della nostra Corte dei Conti. N.d.T.), Israele conduce anche “la più aggressiva campagna di spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque altro alleato”. Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei primi anni ’80 consegnò ad Israele un’enorme quantità di materiale classificato (materiale che venne in seguito passato all’Unione Sovietica in cambio di visti d’uscita per molti ebrei russi), una nuova controversia è scoppiata nel 2004, quando si è venuto a sapere che un alto funzionario del Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni riservate ad un diplomatico israeliano. Israele non è certamente l’unico paese che spia gli Stati Uniti, ma la sua tendenza a spiare i suoi principali benefattori getta parecchi dubbi sul suo effettivo valore strategico.
Ma il valore strategico di Israele non è l’unica questione in discussione. I suoi sostenitori affermano che il paese merita appoggio incondizionato perché è debole e circondato da nemici; perché è un paese democratico; perché il popolo ebraico ha subito in un recente passato terribili crimini e dunque merita un trattamento di favore, e perchè la linea di condotta di Israele è moralmente superiore a quella di tutti suoi nemici. Ad un esame più attento, nessuna di queste ragioni è convincente. Difendere l’esistenza di Israele è sicuramente un dovere morale, ma la sua esistenza non è in pericolo. Guardando le cose in modo più obiettivo, il suo comportamento passato e presente non offre alcuna base che giustifichi il dovere morale di privilegiarlo rispetto ai palestinesi.
Israele viene spesso dipinto come Davide che affronta Golia, ma probabilmente l’esempio opposto è molto più vicino alla realtà. Al contrario di quello che la gente pensa, durante la Guerra d’Indipendenza del 1947-49, i Sionisti avevano l’esercito più grande, meglio equipaggiato e meglio guidato; inoltre le forze armate israeliane ottennero vittorie facili e rapide contro l’Egitto nel 1956, e contro Egitto, Giordania e Siria nel 1967. Tutto questo ben prima che gli Stati Uniti iniziassero la loro politica di aiuti su larga scala. Oggi Israele è la più potente forza militare in tutto il Medio Oriente. Le sue forze convenzionali sono di gran lunga superiori a quelle dei suoi vicini, ed è l’unico paese della regione a possedere armi atomiche. Egitto e Giordania hanno firmato trattati di pace, e l’Arabia Saudita si è offerta di farlo; la Siria ha perso la protezione dell’Unione Sovietica; l’Iraq è uscito devastato da tre guerre disastrose e l’Iran è distante centinaia di chilometri. I palestinesi hanno a malapena una forza di polizia effettiva, figuriamoci un esercito in grado di costituire una minaccia per Israele. Secondo un rapporto del Centro per gli Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, “la bilancia strategica pende decisamente dalla parte di Israele, che continua ad ampliare il gap qualitativo fra la propria capacità militare e quella dei paesi confinanti”. Se tifare per il più debole fosse un bisogno irresistibile, allora gli Stati Uniti dovrebbero sostenere i nemici di Israele.
La scusa che Israele sia un’indifesa democrazia circondata da dittature ostili, non giustifica l’attuale livello di sostegno che riceve: esistono in tutto il mondo molte democrazie, ma nessuna di esse riceve un tale sontuoso supporto. Oltretutto, in passato gli Stati Uniti hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittature quando ciò andava incontro ai loro interessi, e tuttora hanno ottime relazioni con parecchi dittatori.
Alcuni aspetti della democrazia in Israele sono in contraddizione con i valori degli Stati Uniti. Ad esempio, a differenza degli Usa, dove le persone si suppone debbano avere eguali diritti senza distinzioni di razza o religione, lo Stato di Israele è stato esplicitamente fondato come stato Ebraico, e il diritto di cittadinanza è basato sul principio della consanguineità. Dunque non sorprende affatto che un milione e trecentomila arabi vengano trattati come cittadini di serie b, o che una recente commissione governativa abbia rilevato che Israele si comporta nei loro confronti in modo “noncurante e discriminatorio”. Inoltre la loro posizione democratica è indebolita dal rifiuto di garantire ai palestinesi un loro proprio stato e pieni diritti politici.
La terza giustificazione è la storia delle sofferenze inflitte al popolo ebraico dall’occidente cristiano, con particolare riferimento all’Olocausto. Poiché gli ebrei sono stati perseguitati per secoli e possono sentirsi al sicuro soltanto in uno stato ebraico, molta gente pensa che gli Stati Uniti debbano loro un trattamento di favore. La creazione di uno stato d’Israele ha senza dubbio rappresentato un’efficace risposta al lungo elenco di crimini perpetrati contro gli ebrei, ma ha anche costituito il pretesto per i verificarsi di nuovi crimini contro un terzo soggetto assolutamente innocente: i palestinesi.
Quest’aspetto era stato preso in considerazione dai primi leader di Israele. David Ben Gurion disse una volta a Nahum Goldmann, presidente del Congresso Ebraico Mondiale: “Se io fossi un leader arabo, non vorrei mai trovarmi a fare i conti con Israele. E’ naturale, noi abbiamo preso il loro paese…Veniamo da Israele, ma duemila anni fa, e cos’ha questo a che vedere con loro? Ci sono stati l’anti-semitismo, il Nazismo, Hitler, Auschwitz, ma loro di cosa hanno colpa? I palestinesi sanno solo che noi siamo arrivati qui e ci siamo appropriati del loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”
Da allora, i capi di governo israeliani hanno più volte cercato di negare le ambizioni nazionalistiche dei palestinesi. Golda Meir, al tempo in cui era Primo Ministro, pronunciò la famosa frase “Il popolo palestinese non esiste”. Le pressioni violente da parte degli estremisti e la crescita della popolazione palestinese hanno costretto Israele ad abbandonare la Striscia di Gaza e a prendere in considerazione alcuni compromessi territoriali, ma nemmeno Yitzhak Rabin è stato in grado di offrire ai palestinesi un vero e proprio stato. Le “generose” offerte di Ehud Barak a Camp David hanno concesso loro solo un pugno di Bantustans (una sorta di ghetto. N.d.T.), di fatto sotto il controllo di Israele. In definitiva, la tragica storia del popolo ebraico non legittima gli Stati Uniti ad aiutare Israele sempre e comunque.
I suoi fiancheggiatori sostengono inoltre che Israele abbia sempre cercato la pace e dimostrato grande moderazione anche quando è stato provocato. Per contro, gli arabi hanno sempre agito con grande malvagità. La verità è che il passato di Israele non è diverso da quello dei suoi nemici. Ben Gurion ammetteva che i primi Sionisti furono tutt’altro che benevoli nei confronti degli arabi palestinesi che resistettero all’invasione, cosa non certo sorprendente, dato che i sionisti cercavano di crearsi un loro stato in terra araba. Allo stesso modo, la creazione di Israele nel 1947-48 necessitò di atti di pulizia etnica, incluse esecuzioni, massacri e stupri, e da allora la condotta di Israele è sempre stata brutale, contraddicendo così qualunque affermazione sulla sua presunta superiorità morale. Ad esempio, fra il 1949 e il 1956 le forze di sicurezza israeliane uccisero fra i 2700 e i 5000 infiltrati arabi, e la maggior parte di essi erano disarmati. L’IDF (l’esercito israeliano) ha assassinato centinaia di prigionieri di guerra egiziani, catturati durante le guerre del 1956 e del 1967, mentre nel 1967 espulse fra i 100.000 e i 260.000 palestinesi dai Territori Occidentali appena conquistati, e deportò 80.000 siriani dalle Alture del Golan.
Durante la prima Intifada, l’IDF distribuì manganelli alle proprie truppe, incoraggiandole ad usarli contro i manifestanti palestinesi. La sezione svedese di Save The Children ha calcolato che “nei primi due anni di Intifada, dai 23.600 ai 29.900 bambini ebbero bisogno di cure mediche a causa delle ferite inferte loro dai manganelli”. Circa un terzo di loro aveva dieci anni, o meno. La reazione alla seconda Intifada fu persino più violenta, spingendo l’Ha’aretz (importante quotidiano liberal israeliano. N.d.T.) a dichiarare: “L’IDF…si sta trasformando in una macchina di morte la cui scioccante efficienza incute terrore”. L’IDF, nei primi giorni dell’insurrezione, esplose un milione di proiettili. Da allora, per ogni israeliano ucciso sono morti 3,4 palestinesi, la maggior parte dei quali innocenti vittime collaterali, e il rapporto fra bambini palestinesi e israeliani uccisi è perfino superiore (5,7:1). Vale anche la pena ricordare che i sionisti contarono sulle bombe dei terroristi per far arrivare gli inglesi dalla Palestina, e che Yitzhak Shamir, prima terrorista e poi divenuto Primo Ministro, dichiarò: “Né la morale e né la tradizione degli ebrei possono impedire che il terrorismo venga usato come mezzo per combattere”.
L’uso del terrorismo da parte dei palestinesi può essere sbagliato, ma non deve sorprendere, visto che ritengono di non avere nessun altro modo per ottenere concessioni da parte di Israele. Anche Ehud Barak una volta ha ammesso che se fosse stato palestinese “sarebbe entrato a far parte di un’organizzazione terroristica”.
In definitiva, se non vi sono né motivazioni strategiche né morali, allora come si spiega questo sostegno incondizionato ad Israele da parte degli Stati Uniti?
La spiegazione sta nel potere incontrastato della Lobby Ebraica. Per indicare questa larga coalizione di individui e organizzazioni che lavora alacremente per indirizzare la politica estera statunitense in una direzione filo-israeliana, basta semplicemente un nome: la “Lobby”. Questo non sottintende il fatto che “la Lobby” sia un movimento unificato, con una leaderhip centrale, o che alcuni individui che ne fanno parte non siano a volte in disaccordo su alcune questioni. Non tutti gli ebrei americani fanno parte della Lobby, perché per molti di loro la questione israeliana non riveste grande importanza. In un sondaggio del 2004, per esempio, circa il 36 per cento di ebrei americani ha dichiarato di essere “poco” o “per niente” coinvolto emotivamente dal problema.
Inoltre, gli ebrei americani dissentono su alcune specifiche linee politiche di Israele. Molte delle organizzazioni chiave che fanno parte della Lobby, come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee - Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici) o la Conference of Presidents of Major Jewish American Organisations (Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane), sono guidate da integralisti che sostengono la politica espansionista del partito Likud (il partito conservatore israeliano – N.d.T.) e la sua ostilità al processo di pace di Oslo. Il grosso degli ebrei americani è invece maggiormente incline a fare delle concessioni ai palestinesi, e alcuni gruppi come il Jewish Voice for Peace, invocano a gran voce una politica di questo tipo. Nonostante queste differenze, moderati e integralisti si trovano d’accordo sul dare un deciso supporto ad Israele.
Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni siano in linea con gli interessi del paese. Un attivista di una grande organizzazione ebraica ha scritto: “Per noi è ordinaria amministrazione dire: questa è la nostra posizione su un determinato argomento, ora dobbiamo sapere cosa ne pensa Israele. Siamo una comunità, e ci comportiamo come tale”. Esistono forti remore nel criticare la politica di Israele, e fare pressione su Israele è considerato un atto di insubordinazione. Edgar Bronfman Sr, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, è stato accusato di “perfidia” quando a metà del 2003 scrisse una lettera al presidente Bush, in cui lo esortava a persuadere Israele affinché bloccasse la costruzione del controverso “Recinto di Sicurezza”. Chi lo criticò, disse: “Sarebbe osceno se il presidente del Congresso Ebraico Mondiale costringesse il presidente degli Stati Uniti a contrastare la condotta politica dello stato di Israele.”
Allo stesso modo, quando il presidente del Forum sulle Politiche di Israele, Seymour Reich, nel novembre 2005 consigliò a Condoleezza Rice di chiedere ad Israele la riapertura di un passaggio al confine con la Striscia di Gaza, la sua azione venne definita “irresponsabile”. Si disse: “Nella principale corrente ebraica non c’è assolutamente spazio per iniziative che sollecitino azioni in contrasto con la sicurezza di Israele.” Intimorito dagli attacchi, Reich fece un passo indietro, dichiarando: “Quando si tratta di Israele, la parola “pressione” non fa parte del mio vocabolario.”
Per influenzare la politica estera degli Usa, gli ebrei americani hanno messo in piedi un’impressionante spiegamento di organizzazioni, la più potente e conosciuta delle quali è l’AIPAC. Nel 1997, la rivista Fortune chiese ai membri del congresso e ai rispettivi staff di stilare una lista delle più influenti lobby di Washington. L’AIPAC si classificò al secondo posto, dietro all’AARP (Associazione Americana dei Pensionati), ma davanti ai sindacati dell’AFL-CIO (Federazione Americana del lavoro ed Associazione delle Organizzazioni Industriali) e alla NRA (National Rifle Association, l’Associazione dei Produttori di Armi). Uno studio del National Journal del marzo 2005 è arrivato alle stesse conclusioni, posizionando l’AIPAC in seconda posizione a pari merito con l’AARP.
La Lobby include anche personalità di spicco della chiesa Cristiana Evangelica, come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat Robertson, così come Dick Armey e Tom DeLay, ex membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti convinti che la rinascita dello stato di Israele rappresenti la realizzazione delle profezie bibliche, e dunque entusiasti sostenitori delle sue politiche espansioniste; non esserlo, pensano, sarebbe contrario al volere di Dio. Fanno parte della Lobby anche neo-conservatori moderati come John Bolton; Robert Bartley, l’ex direttore del Wall Street Journal; William Bennett, ex Segretario all’Istruzione; Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice delle Nazioni Unite, e il potente columnist Gorge Will.
La particolare forma di governo degli Stati Uniti offre ai lobbisti molte possibilità di influenzare il processo politico. I gruppi di influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di plasmare l’opinione pubblica. Essi dispongono di un potere spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza della popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad accontentarli, sapendo che la gente, essendo all’oscuro della questione, non potrà mai penalizzarli per averlo fatto.
Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso dalle lobby degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o dalle lobby etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di scorretto: l’attività della Lobby non è una cospirazione del genere descritto in documenti come i Protocolli dei Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i gruppi che ne fanno parte, si comportano come si comportano tutti gli altri grandi gruppi di influenza, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi di interesse filo-arabo, ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il che rende il lavoro della Lobby ancora più semplice.
La Lobby porta avanti due strategie di base. Primo, esercitare la sua notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul Congresso che sul ramo esecutivo. Qualunque possa essere la visione individuale di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre di far passare il sostegno ad Israele come la scelta più “intelligente” da fare. Secondo, battersi per far sì che nei discorsi pubblici, Israele venga sempre ritratto sotto una luce positiva, ripetendo le leggende sulla sua fondazione e favorendo il suo punto di vista nei dibattiti politici. L’obiettivo è quello di evitare che nell’arena politica vengano alla luce commenti critici. Controllare il dibattito è essenziale per garantire il sostegno degli Stati Uniti, perché un confronto aperto e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare ad una politica differente.
Il pilastro su cui si regge l’efficacia della Lobby è la sua influenza sul Congresso, luogo in cui Israele è virtualmente immune da ogni critica. Questo fatto è già di per sé rimarchevole, visto che il raramente il Congresso glissa su questioni importanti, mentre invece, quando si parla di Israele, tutti i potenziali avversari ammutoliscono. Una delle ragioni è che alcuni membri chiave sono cristiani sionisti, come Dick Armey, che nel settembre del 2002 affermò: “In politica estera, la mia prima preoccupazione è la protezione di Israele.” Si potrebbe anche obiettare che la prima preoccupazione di un rappresentante del Congresso dovrebbe essere quella di proteggere gli Stati Uniti. Ci sono poi senatori e membri del Congresso ebrei che lavorano per assicurare che la politica estera Usa sia in linea con gli interessi di Israele.
Un’altra fonte da cui nasce il potere della Lobby è il suo utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell’AIPAC,: “Ci sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità […] Tutti questi ragazzi sono nella posizione di poter influenzare le decisioni dei loro senatori riguardo a questi problemi […] Si possono fare davvero un sacco di cose a livello di staff.”
Tuttavia il cuore dell’influenza della Lobby sul congresso è costituito dalla stessa AIPAC. Il successo è dovuto alla sua abilità di ricompensare i legislatori e i candidati che sostengono il suo programma, e di punire coloro che lo contrastano. Nelle elezioni americane, i soldi sono fondamentali (come dimostra lo scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack Abramoff), e l’AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque venga considerato ostile ad Israele può essere certo che l’AIPAC dirigerà i suoi finanziamenti verso il suo oppositore politico. L’AIPAC organizza anche grandi campagne di invio di lettere, e incoraggia i direttori dei giornali ad appoggiare candidati filo-israeliani.
Sull’efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un esempio: nelle elezioni del 1984, l’AIPAC favorì la sconfitta del senatore dell’Illinois Charles Percy, il quale, secondo un membro di rilievo della Lobby, “aveva dimostrato insensibilità, e perfino ostilità verso la nostra causa”. Thomas Dine, all’epoca direttore dell’AIPAC, spiegò così l’accaduto: “Tutti gli ebrei americani, da costa a costa, si unirono per estromettere Percy, e i politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche che quelli che vi aspiravano, colsero il messaggio.”
L’influenza dell’AIPAC sul Campidoglio sta diventando sempre maggiore. Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff dell’AIPAC, “Per i membri del Congresso e i loro staff, è normale, quando hanno bisogno di informazioni, rivolgersi all’AIPAC prima ancora di consultare la Biblioteca del Congresso, il Servizio Ricerche o gli esperti.” Cosa ancora più importante, Bloomfield fa notare che l’AIPAC “viene spesso chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla legislazione, consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare finanziatori e raccogliere i voti dei funzionari.”
Il risultato di tutto questo è che l’AIPAC, è di fatto un agente al servizio di un governo straniero; tiene per la gola il Congresso, e di conseguenza la politica Usa nei confronti di Israele non viene mai discussa in quella sede, nemmeno quando quella politica ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In altre parole, uno dei tre più importanti rami del governo è strettamente vincolato al sostegno ad Israele. Ernest Hollings, ex senatore democratico, fa notare che “non si possono avere idee su Israele diverse da quelle che vengono imposte dall’AIPAC.” Una volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse: “Quando la gente mi chiede in che modo può aiutare Israele, io rispondo loro: aiutate l’AIPAC.”
Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni presidenziali, la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo esecutivo. Nonostante essi costituiscano meno del 3% della popolazione, organizzano enormi campagne per finanziare i candidati di ambedue gli schieramenti. Il Washington Post ha calcolato che i candidati democratici alla presidenza ricevono dai sostenitori ebrei fino al 60% dell’intera somma per la campagna elettorale, e poiché gli elettori ebrei hanno un’alta percentuale di affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave come California, Florida, Illinois, New York e Pennsylvania, i candidati fanno di tutto per non inimicarseli. Le grandi organizzazioni che fanno parte della Lobby, lavorano affinché gli oppositori di Israele non possano occupare posti importanti in politica estera. Jimmy Carter avrebbe voluto nominare George Ball segretario di Stato, ma sapeva che Ball era sempre stato critico nei confronti di Israele, e che di conseguenza la Lobby si sarebbe opposta alla nomina. Stando così le cose, qualunque aspirante politico non può far altro che mostrarsi come un sostenitore della causa israeliana, facendo così diventare una specie in via di estinzione coloro che criticano apertamente.
Quando Howard Dean esortò gli Stati Uniti a prendere “una posizione più imparziale” in merito al conflitto arabo-israeliano, il senatore Joseph Lieberman lo accusò di aver tradito la fiducia di Israele, e definì le sue parole “irresponsabili”. Praticamente tutti i capi democratici firmarono un documento che stigmatizzava le affermazioni di Dean, e il Chicago Jewish Star scrisse: “aggressori anonimi stanno intasando le caselle email dei leader ebrei in tutto il paese, avvertendo che Dean potrebbe in qualche modo rappresentare un pericolo per Israele.”
Questa preoccupazione era assurda. Dean è infatti abbastanza protettivo nei confronti di Israele: il suo vice in campagna elettorale era un ex presidente dell’AIPAC, e lo stesso Dean afferma che le sue idee sul Medio Oriente riflettono molto di più quelle dell’AIPAC che quelle del ben più moderato Americans for Peace Now. Egli aveva solo detto che Washington, per “riconciliare le due parti”, dovrebbe agire come un onesto intermediario. Questa non è certamente un’idea estremista, ma la Lobby non tollera nemmeno un’ombra di imparzialità.
Durante l’amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente era molto influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o facenti parte di importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone alcuni: Martin Indyk, ex vicedirettore responsabile delle ricerche dell’AIPAC e co-fondatore del filo-israeliano Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente (Washington Institute for Near East Policy - WINEP); Dennis Ross, entrato a far parte del WINEP dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto in Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i più stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp David, nel luglio del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il processo di pace di Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno stato palestinese, agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata di Israele. La delegazione statunitense si accodò ad Ehud Barak, coordinando in anticipo la sua posizione nel negoziato con Israele, e non offrendo alcuna proposta indipendente. Com’era prevedibile, i negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di “dover trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di Israele, e l’altro sotto la bandiera degli Stati Uniti.”
Questa situazione si è ulteriormente accentuata con l’amministrazione Bush, in cui militano molti ferventi sostenitori della causa israeliana, come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter’ Libby, Richard Perle, Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi funzionari hanno pesantemente indirizzato la politica in favore di Israele, spalleggiati dalle organizzazioni della Lobby.
Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perché esso potrebbe portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami con Israele; di conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di tutto per controllare le istituzioni in grado di plasmare l’opinione pubblica.
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«La destra è censura, reazione, bigotteria. E se ho un'appartenenza culturale è più al fascismo che alla destra, che mi fa schifo [...] Il fascismo che ho conosciuto in famiglia è quello libertario, gaudente, generoso. Penso al fascismo rivoluzionario dell'inizio e della fine, quello che non conserva ma cambia, quello socialista e socialisteggiante...» Idee chiare e sentite quelle del ventottenne Nicolo Accame, giornalista del "Secolo d'Italia" intervistato, insieme a suo padre Giano, nel marzo 1996, da Stefano Di Michele: due fascisti, un padre e un figlio. Idee chiare e sentite che affondano in un diffuso e radicato retroterra esistenziale e culturale. Quello dei cosiddetti «fascisti di sinistra». Anche quando Alberto Giovannini, giornalista di lungo corso, classe 1912, è stato costretto a definirsi ha dovuto per forza di cose ricorrere a quell'apparente ossimoro: «Io sono stato fascista a modo mio. Era, il nostro, un fascismo di sinistra». E aggiungeva: «Non potevo non avere una certa fedeltà e riconoscenza verso quel regime attraverso il quale io, che ero nessuno, figlio di povera gente, di operai, cominciando col fare il fattorino, ero arrivato a dirigere un quotidiano. Il fascismo mi aveva dato la possibilità di avanzare socialmente. Non lo avevo dimenticato ...». E quando, a metà degli anni '80, durante la presentazione di una riedizione dello "Scrittore italiano" di Berto Ricci, i dirigenti missini Pinuccio Tatarella e Beppe Niccolai, furono anche loro costretti a definirsi, le due risposte risultarono antitetiche. Più che "di destra", di "centro-destra" si definì Tatarella, ricollegandosi alla tradizione politica che negli anni '50 avevo visto molte città del Mezzogiorno amministrate da coalizioni composte da MSI, destre liberali e monarchiche e DC. Sicuramente "non di destra", anzi "di sinistra", si dichiarò invece Niccolai, riagganciandosi a tutt'altra tradizione. Una tradizione che affondava le sue radici nel Mussolini giacobino, nel socialismo risorgimentale di Pisacane, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Corridoni, nelle avanguardie artistiche d'inizio Novecento, nel fascismo sansepolcrista del 1919, nell'interpretazione gentiliana del marxismo... Se infatti storicamente il fascismo nasce con Mussolini e "Il Popolo d'Italia" tra il 1914 e il 1919 da una scissione del partito socialista, il filosofo cattolico Augusto Del Noce ne ha retrodatato la genesi filosofica al 1899 con la pubblicazione del saggio di Giovanni Gentile su "La filosofia di Marx", che venne considerato da Lenin -nel "Dizionario Enciclopedico russo Granat" del 1915- uno degli studi più interessanti e profondi sull'essenza teoretica del pensatore di Treviri. Del marxismo, Gentile respingeva il materialismo ottocentesco ma ne abbracciava con entusiasmo l'ultramoderna dimensione di «filosofia della prassi», tesa non solo a interpretare il mondo ma a cambiarlo. Stando almeno all'interpretazione delnociana, quindi, il fascismo non sarebbe affatto una negazione del marxismo, ma piuttosto una sua "revisione" che reinterpreta la prassi come spiritualità. Il fascismo si prospetta, insomma, come una rivoluzione "ulteriore" rispetto a quella marx-leninista. D'altro canto, divenuto filosofo ufficiale del fascismo, Gentile ripubblicò il suo libro su Marx nel 1937, nel pieno degli "anni del consenso". E quando, il 24 giugno 1943, pronunciò in Campidoglio il Discorso agli italiani per esortarli a resistere agli anglo-americani, si rivolse espressamente agli ambienti di sinistra presentando il fascismo come «un ordine di giustizia fondato sul principio che l'unico valore è il lavoro». E precisò: «Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente». Lo stesso Lenin, del resto, rivolgendosi nel 1922 al comunista Nicola Bombacci aveva potuto dire: «In Italia c'era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini». Nel fascismo di sinistra ci sono davvero tante cose: il percorso politico dello stesso Bombacci, il comunista finito a Salò e appeso con Mussolini a Piazzale Loreto; la covata ribelle dei giovani intellettuali aggregati attorno all'ex anarchico fiorentino Berto Ricci e alla sua rivista "L'Universale"; il "lungo viaggio" dal fascismo al comunismo di tanti intellettuali, da Davide Lajolo a Fidia Gambetti, da Felice Chilanti a Ruggero Zangrandi, da Elio Vittorini a Vasco Pratolini, da Ottone Rosai a Mino Maccari. Fermenti e contraddizioni che hanno indotto lo storico Giuseppe Parlato a dedicare un intero libro alla cosiddetta "sinistra fascista": «Quell'insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima vera rivoluzione italiana dall'unità». E delle varie anime del fascismo, la "sinistra" fu sicuramente la più vivace. Ancorata al Risorgimento mazziniano e garibaldino, la sinistra fascista cercò di incarnare un progetto che era nato prima del fascismo e che mirava ad oltrepassare la stessa esperienza mussoliniana. E se nei primi tempi essa si tradusse essenzialmente nello squadrismo e nel sindacalismo, verso la metà degli anni '30 -aggregando soprattutto i giovani universitari, gli intellettuali e i sindacalisti - si fece portatrice di un "secondo fascismo" teso a superare la società borghese. Non è un caso che i vari Bilenchi, Pratolini e tutti i giovani intellettuali del cosiddetto "fascismo di sinistra", oltre che in Berto Ricci, trovassero un punto di riferimento nel fascista anarchico Marcello Gallian. «I libri di Gallian -scriveva Romano Bilenchi su "Il Popolo d'Italia" del 20 agosto 1935- sono documenti... E un documento su di un periodo rivoluzionario non creduto compiuto non avrà fine finché tutta la rivoluzione non sia realizzata». Quest'anima di sinistra conviverà nei vent'anni del regime con altre componenti. E nonostante il suo essere per molti versi un "progetto mancato", marcherà sempre il Ventennio, influendo decisamente sull'identità culturale sia del fascismo che del postfascismo. Confesserà Bilenchi, diventato comunista dopo la guerra: «Rimasi molto legato a queste idee diciamo così, socialiste... Del fascismo mi colpì il programma, più a sinistra, almeno a parole e almeno agli inizi, di quello degli altri... Poi ho conosciuto Berto Ricci, una persona seria, onesta e simpatica. Era un anarchico, filosovietico, ed era entrato nel partito fascista convinto di partecipare a una rivoluzione proletaria». Del resto, già nel 1920, Marinetti aveva scritto: «Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevichi... Le città russe, per l'ultima festa di maggio, furono decorate da pittori futuristi. I treni di Lenin furono dipinti all'esterno con dinamiche forme colorate molto simili a quelle di Boccioni, di Balla e di Russolo. Questo onora Lenin e ci rallegra come una vittoria nostra». E resta agli atti che il 16 novembre 1922, proprio con un intervento alla Camera di Mussolini presidente del Consiglio, l'Italia fu il primo dei paesi occidentali a dichiararsi disponibile al riconoscimento internazionale dell'Unione Sovietica. Un'apertura che, almeno fino alla guerra di Spagna, non verrà mai meno. Nel giugno 1929, Italo Balbo, in una delle sue celebri trasvolate dall'Italia approdò a Odessa nell'URSS, e lì venne accolto con un picchetto d'onore. E il 4 dicembre 1933, Mussolini ricevette ufficialmente a Palazzo Venezia il ministro degli esteri russo Maxim Litvinov: da tre mesi i due paesi avevano sottoscritto un patto d'amicizia e l'occasione rafforzò ulteriormente le buone relazioni. Erano gli anni in cui il filosofo Ugo Spirito arrivava a teorizzare -nel convegno di Studi corporativi di Ferrara del 1932- la «corporazione proprietaria» che prevedeva di fatto l'abolizione della proprietà privata, e in cui pullulavano le pubblicazioni addirittura filosovietiche, tra le quali un libro di Renzo Bertoni, che, reduce da una permanenza nell'Unione Sovietica, pubblicava nel 1934 un libro intitolato addirittura "Il trionfo del fascismo nell'URSS", sulla cui copertina si vedeva uno Stalin con la mano aperta e in una didascalia si leggeva: «Stalin saluta romanamente la folla». Poi, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale e la repubblica di Salò. E proprio quest'ultima scatena vivaci discussioni tra Mussolini e Hitler. Per il dittatore tedesco quell'esperienza doveva chiamarsi «Repubblica fascista italiana». Mussolini, invece, senza più obblighi compromissori con la monarchia e gli ambienti conservatori, avrebbe preferito «Repubblica socialista italiana», tornando in qualche modo alle suggestioni sansepolcriste. Ma di quell'aggettivo che puzzava di sovversione e di marxismo Hitler non volle sentirne parlare. E alla fine si accordarono su Repubblica Sociale Italiana. E sia pure ridotto a "sociale", la parola socialista tornava nel lessico dei fascisti. Tanto da emozionare il socialista della prima ora ed ex comunista Nicola Bombacci -colui che aveva fatto adottare il simbolo della falce e martello ai comunisti italiani- e a farlo riappacificare con Mussolini: «Duce -gli scrive l'11 ottobre 1943- sono oggi più di ieri totalmente con Voi. Il lurido tradimento re-Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, Vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22. Oggi la strada è libera e a mio giudizio si può percorrere sino al traguardo socialista». In uno degli articoli scritti poco prima di essere ucciso dai partigiani, il giornalista Enzo Pezzato -redattore capo a Salò di "Repubblica fascista"- scrisse: «Il Duce ha chiamato la Repubblica "sociale" non per gioco: i nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"». E nei giorni del crepuscolo di Salò, Mussolini confiderà al giornalista socialista Carlo Silvestri: «Il più grande dramma della mia vita si produsse quando non ebbi più la forza di fare appello alla collaborazione dei socialisti e di respingere l'assalto dei falsi corporativi. I quali agivano in verità come procuratori del capitalismo... Tutto quello che accadde poi fu la conseguenza del cadavere di Matteotti che il 10 giugno 1924 fu gettato fra me e i socialisti per impedire che avvenisse quell'incontro che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla politica nazionale». Sull'esperienza della RSI, Enrico Landolfi ha scritto che non fu un unicum: «Fu, viceversa, una sfaccettatissimo prisma, un fenomeno pluralistico. Tanto vero che fu in essa presente quasi tutto lo spettro dottrinario e politico». Landolfi sottolinea la presenza al suo interno di esponenti della stessa sinistra antifascista disposti a collaborare per l'attuazione del cosiddetto "Manifesto di Verona": oltre a Bombacci e a Carlo Silvestri, Edmondo Cione, Germinale Concordia, Pulvio Zocchi, Walter Mocchi e Sigfrido Barghini. Accanto a loro, c'era soprattutto a Salò una vasta «aggregazione più coerentemente e conseguentemente rivoluzionaria, socializzatrice, popolare-nazionale, libertaria. Disponibile, inoltre, quest'ultima, e anzi fautrice, del dialogo con l'antifascismo, proclive alla più ampia democratizzazione della Repubblica, decisa a resistere alle interferenze e alle rapine naziste, inequivocabilmente antiborghese e anticapitalista». E anche per questo, Landolfi ha titolato un suo libro sulla RSI: "Ciao, rossa Salò". Quella "rossa repubblica" che Bombacci salutò per l'ultima volta, prima che i partigiani lo fucilassero, con le parole: «Viva Mussolini! Viva il socialismo!». Nell'immediato dopoguerra il tema del recupero politico, o almeno elettorale, di chi era stato fascista nel Ventennio ma anche nella RSI, interesserà, più o meno scopertamente, anche il PSI e il PCI, i partiti dove troveranno accoglienza molti fascisti di sinistra. Così, nell'agosto 1947, Palmiro Togliatti, che l'anno prima in qualità di ministro di Grazia e Giustizia aveva concesso l'amnistia ai fascisti, sul quotidiano comunista "La Repubblica d'Italia" scriveva: «Non nascondiamo le nostre simpatie per quegli ex fascisti, giovani o adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l'ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali... Noi riconosciamo agli ex fascisti di sinistra il diritto di riunirsi e di esprimersi liberamente conservando la propria autonomia». E anche il leader socialista Pietro Nenni, intervistato da "Paese Sera" il primo gennaio 1955, legittimava i fascisti di sinistra: «Da noi la destra esprime soltanto istinti antisociali, di conservazione e di reazione. Tipico il caso dei fascisti che, per inserirsi nella politica reazionaria americana, non hanno esitato a pugnalare ancora una volta il loro capo e a rinnegare l'unico elemento rispettabile della loro tradizione, vale a dire l'opposizione al dominio delle cosiddette plutocrazie». E lo stesso Nenni, se alla vigilia delle elezioni del 1953, aveva aperto le pagine de "l'Avanti!" all'ex direttore fascista de "La Stampa" di Torino, Concetto Pettinato, già nell'immediato dopoguerra aveva favorito la nascita di una rivista -"Rosso e Nero"- con la quale il fascista di sinistra Alberto Giovannini tentava di conciliare le attese fasciste della "rivoluzione incompiuta" con quelle socialiste della "rivoluzione mancata". In questo clima, un gruppo di fascisti di sinistra si raccoglierà attorno alla rivista quindicinale "Il Pensiero Nazionale" diretto dallo scrittore e giornalista già repubblichino Stanis Ruinas. Verranno definiti «fascisti-comunisti», «comun-fascisti», «camicie nere di Togliatti» e «fascisti rossi», definizione quest'ultima che dopo qualche esitazione finiranno anche per accettare. Ma il "rosso" di questi fascisti non fu necessariamente quello del PCI, ma un rosso più articolato, più complesso, più variegato. Tanto che, persino nella sua componente più incline alla linea di Botteghe Oscure, vi fu una divisione tra il gruppetto che volle entrare -ed entrò- nel PCI e gli altri che preferirono restare indipendenti. Dopo il '53, il gruppo de "Il Pensiero Nazionale" si avvicinerà ai socialisti, ai socialdemocratici e alla sinistra cattolica, finendo per gravitare nell'orbita del presidente dell'Eni Enrico Mattei e del suo nazionalismo democratico e mediterraneo. Ma non mancheranno rapporti e scambi con gli esponenti della sinistra fascista interni al MSI. Leader riconosciuto della sinistra missina delle origini fu indiscutibilmente Giorgio Pini: giornalista vicino a Mussolini prima e durante la RSI, sarà assiduo collaboratore de "Il Pensiero Nazionale" a partire dal 1954, dopo che, nell'aprile del '52, abbandona il MSI e, nel '53, si interrompe il legame da lui non gradito tra la rivista e il partito comunista. Ma in realtà tutti gli anni '50 hanno registrato contatti e confronti, anche pubblici, tra i giovani comunisti e i giovani dirigenti missini, soprattutto negli anni del dibattito sull'ingresso dell'Italia nella NATO. E nel 1958, lo stesso Palmiro Togliatti arrivò a difendere la cosiddetta «operazione Milazzo» che, in Sicilia, realizzò l'alleanza amministrativa tra il MSI e il PCI. In un intervento alla Camera, il 9 dicembre, il leader comunista disse: «Le convergenze che si sono determinate hanno dato luogo, anche qui, alle solite inette arguzie sul comunista e sul missino che si stringono la mano, si abbracciano e così via. Si tratta di un problema di fondo che deve essere riconosciuto e apprezzato in tutto il suo valore, daremo il contributo attivo a che passi in avanti vengano compiuti». D'altra parte, anche dopo la fuoriuscita di Giorgio Pini dal MSI -ancora lontano dal diventare il partito della "destra nazionale"- al suo interno rimase e fu sempre attiva una vasta e articolata presenza di "fascisti di sinistra": Ernesto Massi, Bruno Spampanato, Diano Brocchi, Giorgio Bacchi, Roberto Mieville, Domenico Leccisi, Giuseppe Landi, Ugo Clavenzani e Beppe Niccolai... E lo stesso Giorgio Almirante, prima di diventare segretario del partito e di lanciare la "grande destra", fu per molti anni un esponente di punta della sinistra interna. Ernesto Massi, grande studioso di geopolitica, professore all'Università Cattolica di Milano e vicesegretario nazionale del MSI dal 1948 al 1952, esce dal partito nel 1957 per tentare esperimenti politici autonomi. Fino al 1965 anima con Giorgio Pini un «Comitato di iniziativa per la sinistra nazionale». E solo dopo il fallimento del "Partito Nazionale del Lavoro" -che pure nel 1958 si presenta alle elezioni politiche in cinque circoscrizioni- e l'esaurirsi, nel 1963, della sua rivista "Nazione Sociale", tornerà nel 1972 a riavvicinarsi al MSI attraverso l'Istituto di studi corporativi. Nel 1963, comunque, mentre si chiudeva l'esperienza di "Nazione Sociale", nasceva a Roma "L'Orologio" diretto da Luciano Lucci Chiarissi, una rivista e un laboratorio che riproponeva la tradizione del "fascismo di sinistra" in termini nuovi e molto più attenti all'evoluzione degli scenari italiani ed internazionali. Lucci Chiarissi, nato ad Ancona nel 1924, era stato volontario a Salò, aveva militato nell'immediato dopoguerra nel movimento clandestino dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria), e si era sempre sentito appartenente a una "sinistra nazionale". "L'Orologio" tentava di uscire dalla strada del "rancore eterno" e del nostalgismo fine a se stesso, contestando non solo il MSI micheliniano, ma anche i gruppi extraparlamentari come "Ordine nuovo" e "Avanguardia nazionale". Spiegava Lucci Chiarissi: «Annibale non è alle porte e comunque non lo è a causa del centro-sinistra». E "L'Orologio", che aveva lanciato il tema della riappropriazione delle "chiavi di casa", sostenne De Gaulle contro il Patto Atlantico e nella guerra dei "sei giorni" si schierò dalla parte dei paesi arabi contro l'imperialismo israeliano. «"L'Orologio" -ha scritto Giuseppe Parlato- individuò nel capitalismo e nell'imperialismo americano un pericolo maggiore di quello sovietico per la cultura e la politica italiana... E a differenza di tutti gli altri fogli neofascisti, "L'Orologio" assunse immediatamente una posizione nettamente a favore dei vietnamiti e della loro lotta per l'indipendenza». Sono gli anni in cui accanto -e spesso a fianco- di tanti gruppi extraparlamentari di destra, sorgono anche gruppi extraparlamentari ispirati al "fascismo di sinistra". Così, la sezione italiana della Giovane Europa di Jean Thiriart titolava «Per un socialismo europeo» un documento fiorentino del 1968. E così, nel 1967, nasceva la "Costituente nazionale rivoluzionaria", fondata da Giacomo De Sario: classe 1927, ex segretario della federazione giovanile socialdemocratica ed ex dirigente della Giovane Italia. Con un simbolo rosso e nero, «rosso per la socialità, nero per la nazione», quel movimento -tra i cui esponenti di spicco c'erano i giovani Massimo Brutti e Massimo Magliaro, l'uno futuro dirigente del PCI e poi dei DS, l'altro diventerà capo ufficio stampa di Almirante e poi giornalista RAI- si faceva conoscere attraverso un periodico: "Forza Uomo", settimanale di lotta con redazioni a Roma, Milano, Varese e Brindisi. Il primo numero andò in edicola il 10 agosto 1969. Tra i riferimenti culturali c'erano Mazzini e Pisacane, Corridoni e Gentile, Mussolini e i futuristi. Nel solco della stessa tradizione si collocava la "Federazione Nazionale Combattenti della RSI", di cui nel '70 divenne presidente Giorgio Pini. Nel discorso di insediamento, Pini condannava l'atteggiamento dei fascisti che «sbandano verso la destra conservatrice e autoritaria, totalitaria, in ibrido connubio coi monarchici e coi più retrivi gruppi confessionali», invitando inoltre a respingere «il fanatico occidentalismo di destra pervenuto fino alla servile esaltazione di Nixon, il bombardatore del Vietnam», e condannando «ogni collusione coi regimi militari e liberticidi dei colonnelli greci, del generale Franco, sacrificatore della nobile Falange di José Antonio Primo de Rivera, del regime ottusamente conservatore, classista e colonialista di Lisbona, di quelli razzisti del Sud Africa e della Rhodesia». In quegli anni la Federazione faceva uscire a Roma una serie di pubblicazioni -il quindicinale "Fnc-RSI notizie", il mensile "Corrispondenza repubblicana", il trimestrale "Azimut" e il foglio giovanile "Controcorrente"- di cui erano animatori Romolo Giuliana e P. F. Altomonte (sigla quasi pseudonima con la quale si firmava l'artista futurista Principio Federico Altomonte). Scoppiato il '68, sia la "Fnc-RSI" sia "Forza Uomo" sia "L'Orologio" si schierano naturalmente con la contestazione. "L'Orologio", anzi, appoggiò la protesta giovanile anche sul piano organizzativo, dando vita ai "Gruppi dell'Orologio" e fornendo sostanza culturale alla trasformazione in senso "rivoluzionario" di alcuni ambienti di matrice neofascista. E dopo la fine e la diaspora di quell'esperienza, il loro animatore, Luciano Lucci Chiarissi, fonderà l'associazione politico-culturale "Italia e Civiltà" che, nei primi anni '80, si farà promotrice di una serie di incontri pubblici sul nuovo "socialismo tricolore" attivato dalla svolta craxiana. Dentro o fuori il MSI, quindi, una certa tradizione non è mai morta. E quella che potremmo chiamare l'ultima incarnazione di un "sinistra" scaturita dall'universo neofascista, si esprimerà a metà degli anni '70 con presupposti e riferimenti inediti. Questa volta si trattava di un fenomeno più generazionale ed esistenziale che ideologico in senso stretto. A prenderne atto, nel gennaio 1979, fu Giorgio Galli su "Repubblica" parlando di «fascisti in camicia rossa». Figli degli anni '70, questi nipotini inconsapevoli di Berto Ricci e Nicolino Bombacci, rivelavano un percorso parallelo a quello che, sull'altro versante, andavano conducendo i coetanei della "nuova sinistra". E Galli ne metteva in luce alcuni «elementi diversi da quelli consueti» e, in particolare, l'aspirazione a sintonizzare ed aggregare «la protesta antisistema dei giovani, dei disoccupati, del sottoproletariato». Si trattava di un vasto fermento giovanile emerso in quegli anni e che si poteva cogliere attraverso pubblicazioni come "La Voce della Fogna" e "Linea", in cui comparivano argomenti e toni inediti per la precedente pubblicistica neofascista. Si introducevano temi nuovi, come l'attenzione ai diritti civili e alle tematiche ambientaliste. "Nucleare? Dieci volte no", si leggeva sul secondo numero di "Linea". E sempre sulle pagine di quella rivista apparivano la prima vera inchiesta sui "Verdi" tedeschi, l'apertura di un dibattito sulla liberalizzazione della droga, e pagine e pagine sui nuovi bisogni e sulla condizione giovanile. Emergeva, soprattutto, il quadro di un ambiente caratterizzato da una linea libertaria, garantista, antistatalista, ambientalista, antioccidentalista e, addirittura, con venature regionaliste e antiproibizioniste. «Sfondare a sinistra», era il titolo di un articolo di Marco Tarchi che, sul terzo numero di "Linea", lanciava in grande stile un'espressione destinata ad avere successo. Già nel '76, del resto, lo stesso Tarchi era stato autore di un documento del "Fronte della gioventù" toscano in cui, esaminando le cause della sconfitta elettorale, si invitava a «sfondare a sinistra»: molti elettori -era la tesi di Tarchi- avevano votato per il PCI non perché comunisti, «ma perché spinti da un'ansia di cambiamento, e disgustati dal modo di gestire la cosa pubblica instaurato dalla DC e dai suoi alleati». Questa componente giovanile troverà la sua identità soprattutto nell'esperienza dei Campi Hobbit. E paradossalmente, tra il 1976 e il 1982, individuerà il proprio referente all'interno del MSI in quel Pino Rauti che pure, nei decenni precedenti, era stato il campione dell'ala tradizionalista e di matrice evoliana del neofascismo. Come ha scritto lo storico Pasquale Serra, «nella seconda metà degli anni '70 Rauti rovescia lo schema del suo precedente ragionamento: da un lato, infatti, egli individua come fonte privilegiata il fascismo italiano (il fascismo della sintesi) e non più il nazismo o i fascismi "minori", come era invece avvenuto nei decenni precedenti, e dall'altro riporta il fascismo alle sue origini di sinistra». E questi orientamenti, sino agli anni '80, si esprimeranno anche in alcune esperienze di amministrazione locale, dove il MSI governerà insieme al PCI e al PSI. Così nel 1987, durante una tribuna politica, Giorgio Almirante fu messo in imbarazzo da un giornalista che gli chiedeva lumi su quanto avveniva a Furci Siculo, un centro del messinese dove il missino Carmelo Briguglio era il vicesindaco di una giunta rosso-nera. La sintesi e la summa di tutta questa tradizione -da "L'Universale" al "socialismo tricolore", dall'adunata di piazza San Sepolcro ai Campi Hobbit- potrebbe essere rappresentata dalla figura politica e umana di Beppe Niccolai: fascista di sinistra da sempre, deputato missino per tre legislature, intellettuale, giornalista, uomo politico e, soprattutto, "uomo di carattere" per dirla col suo maestro Berto Ricci. Nato a Pisa il 26 novembre 1920, combattente sul fronte africano, prigioniero di guerra nel "Fascists' Criminal Camp" di Hereford nel Texas. Appena tornato in Italia, il 27 settembre 1948, scrive una lettera-documento sulla lacerazione della sua generazione al suo vecchio amico Romano Bilenchi che in quegli anni, seguendo la strategia dell'attenzione togliattiana, si occupava sul "Nuovo Corriere" del dialogo con i fascisti. E l'amicizia tra Niccolai e Bilenchi durerà per tutta la vita. Da deputato missino, Niccolai non ebbe poi remore a elogiare il Vietnam vittorioso sull'imperialismo americano. Per molti anni stretto collaboratore di Giorgio Almirante, ne divenne il principale antagonista nei primi anni '80 quando ebbe il coraggio di «farsi del male» e di avviare una coraggiosa autocritica, che pretendeva da tutto il partito una riflessione altrettanto sincera. Niccolai sollecitava una rilettura degli errori compiuti nei confronti della contestazione giovanile, verso i nuovi fermenti culturali e, soprattutto, in tema di politica estera. «Beppe -ha ricordato Altero Matteoli- "scavava" nei personaggi che incontrava nella sua quotidiana lettura. E per ognuno esaltava la parte che lo aveva particolarmente colpito. Carlo Pisacane: lo affascinava la sua vicenda, la sua morte, il suo sacrificio. Nicolino Bombacci: Beppe era convinto che il fascismo, per il rivoluzionario romagnolo, fosse una rivoluzione da compiere. Berto Ricci: il carattere, il coraggio civile. E infine Italo Balbo: la morte ha colpito Beppe mentre "scavava" nella vita, nell'azione e nel pensiero del grande ferrarese». All'inizio degli anni '80, Niccolai trasforma Berto Ricci in una vera e propria "bandiera": e lo fa nel momento stesso in cui il MSI comincia a stargli sempre più stretto e l'esigenza di un rinnovamento lo porta a cercare, nel passato, un riferimento dalla grande capacità fascinatrice. E in questo percorso non può che incontrarsi, naturalmente, con alcuni giovani della generazione dei "fascisti in camicia rossa". Nel 1984 -e quella fu l'unica opposizione alla leadership almirantiana al quattordicesimo Congresso missino svoltosi a Roma- presenterà il documento "Segnali di vita", che verrà sottoscritto entusiasticamente dalle componenti giovanili e creative del partito. Nel 1985, in occasione della crisi di Sigonella, Niccolai fece approvare dal Comitato centrale del MSI un ordine del giorno di sostegno a Craxi, in nome dello "scatto" di orgoglio nazionale. D'altra parte, come spiegò dopo la sua morte lo stesso Tatarella in una riunione del Comitato centrale missino, Niccolai voleva fare del MSI una sorta di «laburismo nazionale»: era, insomma, un autentico uomo di sinistra e, in prospettiva, sognava una convergenza strategica tra il MSI e la sinistra italiana. Una posizione minoritaria, quella di Niccolai: quasi eretica, fortemente combattuta, ma in grado di pensare una politica capace di cogliere le onde lunghe della storia italiana. Nel 1987, resta memorabile il suo discorso al Congresso di Sorrento. Con cui, in nome di Nicolino Bombacci, invitava alla ricomposizione delle "scissioni socialiste". In quegli anni con la sua rivista "L'Eco della Versilia", sarà il punto di riferimento più forte per il dissenso interno e i tentativi di dialogo con l'esterno. E quando morirà a Pisa, il 31 ottobre del 1989, lascerà il testimone al suo collaboratore viareggino Antonio Carli. "L'Eco" cambierà nome trasformandosi in "Tabula Rasa". E intorno alla rivista si raccolgono Gianni Benvenuti e Pietrangelo Buttafuoco, Umberto Croppi e Beniamino Donnici, Vito Errico e Fabio Granata, Luciano Lanna e Peppe Nanni... Sono l'ultima covata di una vecchia tradizione. Che a tratti si profila con la forza di mito. E a tratti, invece, con l'instabilità di un'illusione ottica. Ma che ha avuto il pregio di non rimanere mai ristretta all'interno di un partito, e men che meno di una corrente. Sprigionando energie e intuizioni che hanno comunque influito sui percorsi politici e culturali di tutto il postfascismo.
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